Mario Gianquitto

Mario  Gianquitto Mario Gianquitto
POZZUOLI (NA)

Iscritto dal
01/07/2012
Categoria: Pittori

Opere inserite: 37

Visualizzazioni profilo: 1756

Voti ricevuti: 232 Chi ha votato?


Data di nascita: 28/03/1948
Residenza: POZZUOLI - NA

 MARIO GIANQUITTO

Nato a Napoli il 28 marzo 1948.

Vive e lavora a Pozzuoli-Napoli

 

Consegue il titolo di “Maestro d’Arte” presso l’Istituto Statale d’Arte

“ Filippo Palizzi” con i Maestri:  G.Casciaro, F.Girosi, C.Striccoli.

Accademia di Belle Arti di Napoli con il Maestro G.Brancaccio.

Mostre personali:

-Galleria Marchese Mastrilli (1976)

-Centro d’Arte S.Elmo-Napoli (1980)

-Galleria Politeama di Napoli (1981)

-Galleria d’Arte Cilea di Napoli (1984)

-Galleria d’Arte Diapason Napoli (1989)

-Galleria d’Arte L’Egrisée Napoli (1993)

-1° Premio Biennale di Arte Sacra Napoli (1991)

-1° Bozzetto del “Twenty-Sixth Internationale Symposium on combution”    presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli-1996

-Mostra Personale “Itinerario immaginario attraverso il tempo” in Monaco   di Baviera presso l’Istituto Italiano di Cultura – 1996

-Mostra personale “Narratore di Anime”- Galleria Hotel Tower Plaza di  Pisa. 2010

Sue opere presso la Casa D’Asta Ketterer di Monaco di Baviera e Christie’s di Roma.

Presente in Catalogo “La pittura a Napoli dall’Ottocento ad oggi” di Mario Garbetta-Edizione Arte Italia ’90.

Monografia “Mario Gianquitto-Narratore di anime” di Gennaro De Michele edito da Felici Editore 2010

I Biennale Internazionale d'Arte di Palermo (Vittorio Sgarbi e Paolo Levi) 10/01/2013-03/02/2013 

Site:  mariogianquitto.webartgallery.it

        Mario Gianquitto.it

Mail:info@mariogianquitto.it /maria.demichele1@gmail.com

     

  • DISSOCIAZIONE STORICA
  • IL SILENZIO DELLA NEVE
  • LE BAMBOLE
  • DISEGNO DIVINO
  • FRAMMENTI-1990
  • CONCERTO PER MARGHERITA - 1970

Commenti sulle opere di Mario Gianquitto:

bella sembra una foto e l'acostamento bambola con il tè  per i giochi

 


commento di Fiabesca sull'opera LE BAMBOLE - domenica 01 luglio 2012 alle ore 11:36

 


( a cura di Maria De Michele)

Una premessa è necessaria per la lettura del dipinto “Casual - Allegoria dell’essere e l’apparire. Ferdinando IV di Borbone, figlio di Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia, salito al trono nel 1759 all’età di otto anni, nel dipinto di Anton Mengs reinterpretato da Mario Gianquitto, “appare” ai nostri occhi un giovane adolescente bello, raffinato, colto, elegante. Niente di tutto ciò, Ferdinando IV, sotto la pessima guida di San Nicandro, “è” un prematuro sovrano rozzo e volgare che ama circondarsi di cortigiani, parla solo in dialetto napoletano, pigro, in lui domina solo la forza e l’ignoranza. Chiamato “Re nasone” per i suoi lineamenti che in età adulta diventano marcati e grossolani. Mario Gianquitto rappresentandolo in chiave personale caratterizza con maniacale meticolosità un secolo, il 1700, imbastito di stravaganze, estremismi, abiti  elaborati, ampollosi, la moda del tempo  fatta di capricci ed eccessi, ozio e voluttà condividono il  quotidiano della classe aristocratica.  

L’abbigliamento è tutto un fiorire di nastri di seta, broccati, pizzi. Gianquitto prende a pretesto questo ritratto per contrapporlo ad una figura femminile di oggi, evidenziando la metamorfosi stilistica e temporale con il suo canone critico, sentendo forte l’esigenza di racchiudere nell’opera “Casual - Allegoria dell’essere e dell’apparire” due momenti cronologici distanti della storia dell’umanità, come di consueto il suo sguardo attento sul XV e XVI secolo  è  ossessivo e martellante.

Una composizione rappresentata da divagazioni allegoriche, l’estetica oltre ad essere rievocazione storica tende con successo a rispecchiare i mutamenti della sensibilità tra il passato ed il presente, riassumendoli e condensandoli. Nell’osservare la figura femminile, esile, fragile come vetro sottile, si percepisce un’intima partecipazione dell’artista ad una visione delicatissima ed immaginaria, che prima ancora di essere dipinta già esiste nella mente dell’artista come essere pensante. Nella postura, nello sguardo c’è un’ambiguità risolta, l’inesistenza di ogni negatività, il dominio del pensiero sull’irrazionalità. C’è in questo dipinto la ricerca dello stupore, rappresentata con superbo realismo, l’incoerenza confluisce nella coerenza propria dell’arte. L’originalità degli abiti della figura femminile viaggia di pari passo con un dualismo estetico di libertà creativa assoluta. Un gioco che finge di lasciare tutto al caso, casual, ma è invece uno studio attento e meticoloso dell’artista, il quale con il cromatismo tenue e delicato dei toni, nella sovrapposizione di tessuti e pieghe segue una precisa idea di sperimentazione. Lo sguardo della modella non è espressione di passività, l’atteggiamento la pone in grado di intervenire sulla realtà, abbracciando entrambe le dimensioni ella ‘è ed appare’ racchiudendo l’essenza della femminilità che ha raggiunto il perfetto equilibrio. Il cappello piumato poggiato sulla folta e riccioluta capigliatura non è una trovata da farsa ma un simbolo, una rivelazione, una pulsione istintiva dell’autore che elabora concetti interiorizzati e logicamente collegati, al di fuori di ogni preoccupazione estetica. Per Mario Gianquitto il cappello è simbolo di autorevolezza, di conquistato potere, un mezzo di collegamento con i pensieri di una creatura che si eleva dalla materia per ascendere ad alte sfere.

A prescindere dai sentimenti che l’opera può suscitare, l’autore riesce a cogliere l’essenza della bellezza, dove confluiscono pensiero e sensibilità, un lungo percorso dove il bello artistico è la perfetta conciliazione di idea e forma concreta, esplicitato attraverso un concetto astratto, allegorico. Al fruitore il compito di interpretare il dipinto razionalmente e comprendere ciò che sottintende.

 

 

 

 


commento di Mario Gianquitto sull'opera CASUAL -Allegoria dell'essere e l'apparire. - domenica 01 luglio 2012 alle ore 11:45

 

(a cura di Maria De Michele)

Una porta segreta ci porta all’interno di uno scrigno, non con l’intento di ricreare lo spirito dei giochi infantili, piuttosto l’abbandono dell’affetto per indagarlo e sublimarlo. Un’opera ai confini della realtà dove  ritroviamo le turbolenze dell’anima di un artista che ci trasporta nel mondo del passato. La bambina del ritratto ha un’espressione adulta, ai suoi occhi non si sfugge, si potrebbe restare vittime della suggestione, calamitati da uno sguardo indecifrabile. Non c’è la spensieratezza, come sempre un dipinto di Mario Gianquitto non concede alternative.

La porta per accedere al dipinto rappresenta la divisione tra il mondo reale e quello dei sogni, un’opera onirica-fantastica. Noi passeremo ma l’opera rimarrà più viva che mai. Il  dipinto è testimonianza di un amore ricambiato, nel volto, nei capelli, nelle mani, l’artista racchiude richieste, pretese. Serpeggia nel volto il malcontento, l’amara constatazione che è impossibile abbattere le sbarre della solitudine.  

La bambina è una figura magica che riscatta l’autore da una condizione esistenziale infelice, volando con lei sulle ali della fantasia si fa condurre nel giardino incantato dell’eterno.

Nella perizia tecnica e formale dell’opera l’autore guarda la sua creatura come nello specchio dei suoi fantasmi interiori, nella loro totale interezza, andandole incontro con sensibilità e rispetto, proteggendo il legame creato con lei da illusorie chimere di eterna felicità.

Le opere di Mario Gianquitto sono tutte riconducibili all’atavico bisogno di sicurezza che ha radici nei primi anni di vita, nel rapporto simbiotico con la madre. Una bambola è in disparte, in basso a sinistra, un elemento a sé  con un preciso significato che coinvolge la sfera affettiva di chi si è sentito abbandonato e sente l’esigenza di ripro-durre oggetti infantili. La bambola è nuda, rappresentazione della nostra verità, dove si addensano dolorosamente i sentimenti, del confine ambiguo tra ciò che possiamo decidere e ciò che è già deciso.

 Nel dipingere una bambola l’artista cerca con l’inconscio di trovare uno spiraglio a quello che in realtà è un vicolo cieco, proiettando all’esterno le motivazioni delle sue azioni. Ed è sempre il silenzio che parla, un silenzio a cui  attribuire un valore assoluto, silenzi assenze che sono segnali, presagi. Il dipinto è presente nel suo “immobilismo”, l’artista resta in attesa, avido d’amore, si ritrova ad amare più di quanto è amato. Sulla destra una teiera e una scatola di the che sfidano un anelito illusorio di libertà, iperrealismo per placare l’ansia, la sconvolgente perdita della sicurezza individuale. Oggetti che vanno oltre il quotidiano perché meticolosamente analizzati nella loro struttura, nel loro rapporto con gli altri elementi del dipinto. Si evince un rigore preciso, con una forte ascendenza geometrica, forme di astrazione dall’atmosfera globale della composizione. La veste della bambina, lussuosa, rifinita mirabilmente da merletti è un’immagine ingannevole di soavità e delicatezza, la luce accentuata del chiaroscuro è realtà metafisica, nonostante l’autore sfoggi un grande senso del dettaglio nel riprodurre l’abito. La contemporaneità del dipinto sta nella straordinaria capacità di scuotere la polvere dei secoli passati facendo la storia di oggi. Il ritratto di una creatura che è un insieme di raffinatezza ed irrequietezza composta nel quale le amarezze della vita e le angosce dell’arte sono celate da un apparente candore espressivo.

Estetica, metafisica, iperrealismo, dottrine e teorie che riappaiono purgate dalla loro banalità ed artificiosità per divenire forza e fascino universalmente umano. L’opera “Bambole”, dal potente potere ipnotico inghiotte l’esistenza nel freddo singulto dell’attesa, l’universo dell’artista ruota intorno alla presunta, aspirata necessità di liberarsi da se stesso. Prima della tecnica, dell’invenzione, del virtuosismo Mario Gianquitto dilaga nelle prospettive irreali, il fondo rosso sospende nel limbo la sua modella rischiarata e ombreggiata dalla luce. Una creatura che oscilla tra l’umano e il disumano rimanendo nei confini della materia. Il corpo vive e muore nello stesso tempo, la staticità diviene inerzia, come inerte è la bambola, la teiera, la scatola. Mario Gianquitto è un realista fantastico, preferisce alterare le proporzioni, deformare le prospettive, meticoloso, testardo, spesso l’idea iniziale subisce molteplici modificazioni nel corso dell’opera, capace di restituirci la figura quasi potessimo respirarne l’odore, percepirne il calore. I suoi  personaggi hanno una forza che non è concentrata solo nella qualità della pittura, nella pulizia formale priva di sbavature, la sua è un’innata abilità ad organizzare lo spazio, le sue figure di profilo, frontali, pensose, altere non sono mai sfuggenti, c’è, come nel dipinto   “Bambole” una potenza trattenuta, una bellezza che è sul punto di implodere. Il linguaggio di Mario Gianquitto è singolare, inedito, svincolato dalle tendenze della pittura contemporanea, la sua è una solidità intrinseca che garantisce la sopravvivenza del suo genio creativo. 


commento di Mario Gianquitto sull'opera LE BAMBOLE - domenica 01 luglio 2012 alle ore 12:04

Bravissimo....ammiro le tue opere assolutamente innovative e originali!!!!!!


commento di Francesca Dono sull'opera CASUAL -Allegoria dell'essere e l'apparire. - lunedì 02 luglio 2012 alle ore 07:41

 “Il girasole”, un’opera di Mario Gianquitto appartenente alla feconda produzione degli anni ’90.

Nel dipinto l’artista s’incarna in un fiore “il girasole”, simbolo di movimento estetico, espressione umanizzata e supplichevole che volge il suo sguardo visionario alla donna che gli gira le spalle, lontana, indifferente al richiamo  delle sue inquietudini. La figura femminile  è altera, di una bellezza sfrontata ed idealizzata, per Mario Gianquitto un’aspirazione, principio di una realtà dove piacere ed inconscia fantasia divengono aneliti primari di appagamento, motore creativo di ritrovare nella identificazione l’amore materno mancato. Un processo psichico  che oltre ad essere una risorsa  diviene un potente mezzo di legame vitale, anche se fugace.

La modella domina la tela, il piccolo, timido, accorato girasole chiede amore materno interrotto introducendo nello spazio del suo inconscio il tempo dell’attesa e del ritorno.  

Nelle opere di Mario Gianquitto la donna si estrania da una realtà frustrante, rimane sospesa in una dimensione di tempo fermo, divenendo oggetto e soggetto d’amore e di desiderio. 

La mano sul cuore, un elemento del dipinto straordinariamente simbolico, dal cromatismo inusuale. Perché il verde? L’artista ha una percezione del mondo al di fuori del senso comune e la mediazione tra quello che egli percepisce e rappresenta diventa inconciliabile con ciò che esiste nel reale.

Sullo sfondo una dama dall’ovale vuoto, volto non volto, tramite per poter riconoscere in ognuno di noi le inquietudini, il colore delle nostre solitudini. Una donna del passato senza connotati che potrebbe essere un monito, un mistero che diviene segno e materia  carico di significati seppure nell’essenza di una forma semplificata. Ovale vuoto simbolo di incomunicabilità tra passato e presente.

 Sulla sinistra del dipinto un paesaggio fantasticato dove solo l’albero denota le radici profonde dell’artista ad un realismo che è stato la sorgente primaria del suo estro creativo.

Mai claustrofobica la luce del dipinto è piena di vibrazioni, respiri, calore. Il cromatismo incredibilmente efficace negli accostamenti tonali dialoga con il segno accurato, donando un forte senso di equilibrio alla composizione, nella quale ci si immerge come risucchiati, dove il linguaggio poetico dell’opera non deve necessa-riamente dare un senso unico all’opera stessa, ma divenire uno strumento di riflessione, il veicolo di crescita dello spirito.

      


commento di Mario Gianquitto sull'opera IL GIRASOLE - lunedì 02 luglio 2012 alle ore 13:29

stupendo il soggetto...l'esecuzione e ancor piu' stupenda l'interpretazione......chapeaux all'arte vera!!!!


commento di Elena Checchi sull'opera IL GIRASOLE - lunedì 02 luglio 2012 alle ore 14:48

   MARIO GIANQUITTO – La Cupola dei Genovesi

 Olio su cartone telato – 50x70 -2012

Chiesa di San Giorgio dei Genovesi - 1620

(a cura di Maria De Michele)

 

Il dipinto “ La Cupola dei Genovesi”  di Mario Gianquitto è istanza di universalità che tende, per quanto possibile, di coniugare religione e ragione.

L’ immagine di un’ intensa e dolcissima maternità, in primo piano, mette in risalto la necessità di un dialogo conviviale con culture diverse, una vera sfida che attraverso l’immagine diventa una percezione, un messaggio per rimettersi sulle tracce di Dio.

Dal silenzio del dipinto scaturisce un’aspirazione, una dimensione solitaria dove l’artista si trova a lottare nella perenne dialettica tra libertà e coscienza.

La Cupola della Chiesa di San Giorgio dei Genovesi, uno dei molteplici capolavori architettonici seicenteschi, patrimonio di Napoli ‘ la città dalle 500 Cupole’. Gianquitto nel dipingerla ne penetra ogni anfratto, per respirare l’aria mucida e misteriosa di un passato nel quale proiettare se stesso. Una pittura colta , intrigante, ricca di analogie e significati, dove il fraseggio armonico degli elementi compositivi costituiscono la   poetica pittorica dell’artista.

 Un’opera rasserenante che conferisce alla storia un dato pacificante. In basso a destra il fogliame come pianta inesistente della consapevolezza umana; senza grovigli o intrecci di forzature il dipinto, come una bella musica, risveglia l’arte figurativa con significativa ed interes-sante diversità’.

Il linguaggio riflette nella sua armonia cromatica i presupposti che permettono una possibile convivenza del mondo multietnico e multi-culturale ed è al contempo un’aspirazione dello spirito che si coniuga con la severa disciplina mentale dell’autore.

La solitudine dell’artista è in quel tratto di cielo, posto a limite, ristretto dalla lacerazione sociale e sorprendente elemento illuminante dove le nuvole, dietro meccanismi inconsci dell’improvvisazione creativa, diventano suggestioni, materia inesplorata della coscienza,  realtà ed immaginazione concorrono a creare paradigmi di lettura ad personam. Tavolozza coloratissima il fazzoletto stretto sul capo della donna, puro astrattismo, dove gli accostamenti coloristici sfumati sono volontà di comunicare una bellezza dinamica all’intera composizione.

Alla base della cupola l’esigenza dell’artista di un elemento architet-tonico che la regge per non indebolirne la solidità,  modanatura che fa da piedistallo alla sua magnificenza con motivi curvilinei, vibranti di colore,  concavi e convessi disposti in maniera ordinata e metodica.

 Il volto della figura femminile è ricerca linguistica attenta e sapiente, elemento dolcificante dal quale traspare un’interiorità equilibrata, materna, stillante di pienezza, epicentro di sfide e clamori. Il seno turgido e tondeggiante assume nel contenuto il ruolo di ricongiungimento all’essere nella sua unità primordiale.

Un neonato che si nutre del latte materno, atto esplicito che   diviene connotazione della nostra natura, la creatura si fonde con chi l’ha generata, due entità intrecciate in armonia con il creato.

 Nutrirsi dal seno del nettare di vita come umanizzazione ed appa-gamento del desiderio di felicità.

La donna siede su di una poltrona la cui modanatura dalla scultorea pittoricità, dalle sinuose volute, è  soluzione intenzionale e solo tempo-ranea dell’autore, un elemento per evidenziare la naturalezza, la sem-plicità, la nobiltà della figura femminile in forte contrasto con la fastosità e la stravaganza dell’ ornamento.

 Sottolineature dell’artista che assottiglia il concetto di diversità, annullando la distinzione di razza che diviene solo teoria popolare dell’ereditarietà, per Mario Gianquitto un problema solo concettuale e non semantico.  

L’opera pittorica “La Cupola dei Genovesi” è per l’autore l’esordio di un geniale convegno delle essenze molteplici del genere umano.

     

 

 

 


commento di Mario Gianquitto sull'opera LA CUPOLA DEI GENOVESI - mercoledì 04 luglio 2012 alle ore 21:28

    In questo disegno c’è la ricerca di un ‘senso superiore’ nel groviglio della materia grezza di cui è vittima l’ umanità, si recepisce a piene mani il filo conduttore che ci aiuta ad uscire dalla logica della mente e ci porta nel mondo della spiritualità. La realtà fenomenica  funge da punto di partenza, la figura evanescente ritratta sembra venire dal nulla e fare ritorno al nulla. Tra astrazione formale e verità esoteriche l’artista con raffinata attenzione mantiene con la tecnica del disegno, eseguito con matite colorate, un rapporto profondo e privilegiato, interferendo con l’immagine scomposta ne vive la vita e la storia. I segni inquietanti, tormentati e corrosi eseguono la ‘radiografia dello spirito’ .


commento di Mario Gianquitto sull'opera RADIOGRAFIA DELLO SPIRITO - sabato 07 luglio 2012 alle ore 08:59

Particolare ed affascinante lavoro... Interessante e profondo il concetto...


commento di Lysa Z. sull'opera RADIOGRAFIA DELLO SPIRITO - sabato 07 luglio 2012 alle ore 09:09

complimenti per le tue opere...ammiro l'originalità del tuo stile e l'abbinamento cromatico. Veramente belle!
Bellissime le forme, i colori ed i giochi di luce che danno all'opera un fascino particolare, BELLO come tutte le tue OPERE.
COMPLIMENTI
 


commento di Franco Caspani sull'opera LE BAMBOLE - lunedì 09 luglio 2012 alle ore 20:45

moto particolare e raffinato


commento di Fiabesca sull'opera IL VESTITO - lunedì 09 luglio 2012 alle ore 20:53

affascinante e particolare ... bellissima opera.

 


commento di Elena Checchi sull'opera IL VESTITO - lunedì 09 luglio 2012 alle ore 23:06

 Recensione di Maria De Michele

Attraverso il filtro del linguaggio e l’atto intellettivo Mario Gianquitto ci dimostra il possesso di tutti gli strumenti per colpire la fantasia , il suo diviene un rapporto stretto con l’identità del pensiero. La figura femminile, ritratta nella sua interezza, spazia, vive le dolcezze di un naufragio, il viso lumeggiato da misteriose sorgenti , catturato in prima luce, è contemplativo, pudico e sognante come la primavera della vita. La veste fiorata è la prova inconfutabile di come l’immagine possa irrigidire la parola attraverso un’armoniosa e misteriosa geometria. Il potente grafismo, le vivaci tonalità coloristiche fanno vivere all’artista rari momenti di estasi e di pace interiore. I fiori opulenti, fantastici e raffinatissimi sono la materializzazione  in coriandoli di vita delle sue memorie.


commento di Mario Gianquitto sull'opera IL VESTITO - martedì 10 luglio 2012 alle ore 09:58

 MARIO GIANQUITTO – Maternità felina  Olio su tavola – 50x70

                                                                                        ( recensione a cura di Maria De Michele )

 

Attraverso l’elaborazione dell’istinto materno Mario Gianquitto nel dipinto “Maternità felina” esprime la precoce assenza della figura genitoriale più importante nella storia di un uomo: la madre. Un vissuto mancato, che nelle dinamiche inconsce e profonde, viene rappresentato in una sequenza di pienezza e di vuoto, dove scompensi metafisici si identificano nel deficit e nella profferta d’amore. Il neonato è teso a colmare il lutto. Due creature in perfetta fusione simbiotica. Effusione amorosa intensa e dolcissima di appartenenza, dove entrambi i soggetti  sono in equilibrio armonioso e sintonico. L’espressione attenta del felino è sinonimo del controllo del proprio corpo, della personalità dominante, materializzazione illusoria della figura materna.

 Un viaggio interiore, chiarificatore, l’irrazionale come rappresenta-zione di appartenenza a creature terrestri. Tra metafisica e realismo l’opera lancia una sfida tra l’essere e l’intelletto, dove la casualità non trova posto, perché l’intuizione e il percorso del pensiero la precedono. La tela diviene lo spazio entro i cui limiti l’artista tenta di risolvere il conflitto interiore. Il nero del fondo è istanza di vuoto affettivo, dal quale emergono luminosi e trionfanti i capri espiatori delle sue inquietudini.  

 

 

 

 

 

 

 

Il virtuosismo del linguaggio va di pari passo con il significato intrinseco del dipinto, il corpo del felino appare solido, leggero, scattante, una macchina da guerra pronta a difendere il suo cucciolo dalle insidie del vivere. Una pantera come metafora, analogia, che Mario Gianquitto sente necessarie per risolvere l’irrisolvibile.

Il morbido panno rosso sul manto del felino su cui poggia il neonato dormiente è la traccia di una ferita sempre aperta.

L’assoluta purezza dell’impronta figurativa del dipinto è, come sempre nelle opere di Gianquitto, imprescindibile da soluzioni minimali, geome-triche, astratte, ornamentali che lo conducono al contemporaneo.

Il motivo astratto, nel basso dell’opera, è il mezzo espressivo per dare movimento e dinamismo al felino, una linea curva ondeggiante, tridimensionale, che avulsa dalla realtà, palesa, nella visione dell’artista, sperimentazioni linguistiche nuove. L’inserimento di un frammento informale  diviene paesaggio, la campitura sottostante è terra fertile che attende il seme della vita.

 “Maternità felina” un’opera dove Gianquitto cerca nella sua poetica la memoria di un evento che l’ha modificata, radicale ed irreversibile, che non chiude le porte alla speranza di un ipotetico altrove. 


commento di Mario Gianquitto sull'opera MATERNITA' FELINA - sabato 04 agosto 2012 alle ore 13:06

 molto bella complimenti.

 


commento di Felice sull'opera LE BAMBOLE - domenica 05 agosto 2012 alle ore 13:03

 Recensione a cura di Maria De Michele

Il linguaggio grafico di Mario Gianquitto senza mai spogliarsi da metafore esistenziali incide con segni potenti e vigorosi il concetto di “Aggressività”, gli animali diventano mediatori del rapporto tra l’uomo e le sue origini. Lo scontro non è finalizzato a garantire la sopravvivenza della propria specie, né a stabilire un principio gerarchico. Uno gnu e un’aquila  rappresentanti viventi delle forze vitali che muovono tutto il regno naturale, simboleggiano il paradosso, un rapace che attacca uno gnu, lotta impari,   cambiamento di prospettiva antropologica. Il disegno trae ispirazione da un’immagine interiore dell’autore, che conduce per proprio conto una rivalutazione della dimensione fisica e psicologica della natura umana. Immedesimandosi nell’aggressore Mario Gianquitto fa emergere la sua vera natura, approfittando di un atto occasionale riscatta  la prevaricazione del più forte sul più debole che intimamente inanellati si incarnano in una visione significativa. L’osservatore assorbe l’ansia di perfezione dell’artista che sfocia in una rara e ricercata sicurezza del segno, reso vibrante dalla straordinaria dinamicità della scena e dall’incredibile effetto cromatico della matita. Non esiste per l’autore nessuna realtà prima che il cervello la pensi, l’atto del disegno è unicamente un processo di presa di coscienza del suo pensiero contemporaneo.

 


commento di Mario Gianquitto sull'opera AGGRESSIVITA' - Lotta impari. - domenica 12 agosto 2012 alle ore 13:22

cromaticamente espressivo, ben fatto e piacevole

bravo

gianca

 


commento di Gianca sull'opera IL VESTITO - domenica 12 agosto 2012 alle ore 15:37

 (Recensione a cura di Maria De Michele)

In questo dipinto la forma astratta nasce come improvvisazione spontanea. Attrazione fatale tra musica e pittura. La musica è per Mario Gianquitto uno strumento indispensabile attraverso il quale la composizione degli elementi dell’opera, la luce, i colori possano essere  pilotati da un unico intento, quello di rendere visibile l’invisibile, comporre la scena nella mente e attraverso il disegno giungere alla stesura del colore.

Nel ritratto il grande compositore Ludvig Van Beethoven indossa un mantello in costante metamorfosi che si presta al sottile gioco di  forme e cromatismi dove impulsi insensati danno espressione al concetto astratto del movimento.

 L’audace accostamento dell’informale al classico è per l’autore un suono di liberazione dove l’atmosfera spirituale dell’intera opera è frutto di un preciso desiderio, come necessaria è la figura femminile che nella postura è sintesi o metafora di celebrazione di uno sguardo al passato. Scontro di due mondi diversi per crearne uno nuovo che isolandosi dal caotico frastuono dei nostri giorni dona una insolita bellezza al figurativo, che con armonica fusione rinasce e dà forma definita a forze latenti di una umanità che si rivela sul piano cosciente della dissonanza contemporanea.


commento di Mario Gianquitto sull'opera LA NONA SINFONIA . Dissonanza. - lunedì 20 agosto 2012 alle ore 17:39

 (recensione di Maria De Michele)

La pittura di Mario Gianquitto non è ricostruzione storica ma pura invenzione. La realtà pittorica di “Frammenti” parte dal ‘600 con un particolare del “Marsia” del de Ribera per giungere ad elementi  del nostro millennio. La composizione segue un filone architettonico, letterario, teatrale che vive in stretta connessione tra passato e contemporaneo. La citazione per Mario Gianquitto diviene il provvedimento che ispira la ripresa di modelli pittorici e non strumentalizzazione degli stessi. L’artista circoscrive in uno spazio epoche storiche frammentate dove l’ immaginazione diviene il collante che richiede silenzio, riflessione. Per l’autore la contraddizione è espressione di una volontà, di un’aspirazione a non disperdere un patrimonio artistico che costituisce la suprema espressione dell’esperienza estetica dell’uomo, insostituibile manifestazione di libertà che si esplicita nella chiarezza e nella forza dei suoi processi di astrazione. L’autore si pone sempre come condizione stessa dell’arte un impegno sociale che attraverso un profondo processo rivoluzionario ha in sé un obiettivo più vasto che abbraccia tutte le realtà intellettuali e spirituali. L’arte si libera da ogni condizionamento repressivo e recupera il ritmo istintivo del gesto pittorico. 


commento di Mario Gianquitto sull'opera FRAMMENTI-1990 - giovedì 23 agosto 2012 alle ore 20:48

 Recensione di Maria De Michele

  La narrativa pittorica ricca di lirismo di Mario Gianquitto ha come tema ricorrente la figura femminile, vagheggiata nelle varie sfaccettature psicologiche. Da un mosaico di storie ed emozioni emerge il ritratto di una giovane donna, Sara, misteriosa, triste, impenetrabile, la cui bellezza  è immaginazione che sa  innamorarsi della propria fantasia per ritrovare il senso di una dignità e di una misura semplicemente umana. Lo spirito inquieto e senza dimora dello sguardo si confronta e si scontra con gli aspetti più bassi, i desideri più insani, le indomabili emozioni che  ci rendono   indegni abitatori della città di Dio. Il putto è una figura simbolica che guarda al passato richiamando ad una forma di religiosità, le ali sprigionano sorprendenti colori indipendenti dalla forma reale, segni che fluttuano in uno spazio limitato dove l’astrattismo si fa materico. La testa dell’amorino, distanziata volutamente dal tronco, è desiderio dell’artista di padroneggiare   con bizzarria l’esteriorità dell’opera per possederne l’interiorità. La voglia di rassicurarsi con il non senso il conseguente rifugio in una virtualità che lo fa  oscillare tra onnipotenza ed impotenza. Il nero della veste e del basco, morbidamente calzato su una capigliatura folta, setosa, dai riflessi ramati, è concretizzazione del disagio di vivere che assume oscure forme preservando “il pensiero” dall’aridità morale, dall’ipocrisia della vita e dalla nostra sostanziale incapacità  di raggiungere la felicità.   


commento di Mario Gianquitto sull'opera IL PENSIERO. Ritratto di Sara - sabato 25 agosto 2012 alle ore 18:46

complimenti, una mano e una tecnica molto sicura .


commento di Angelo Latini sull'opera AGGRESSIVITA' - Lotta impari. - domenica 26 agosto 2012 alle ore 16:12

 Il concetto di “donna” nello scenario dell’arte di Mario Gianquitto propone ed esplode con lungimiranza e ci rende testimoni di qualcosa di nuovo e radicale. Attraverso meccanismi inesplicabili che hanno generato l’opera “Il silenzio della neve” l’osservatore si trova a dover comprendere ed interpretare una visione nuova e spiazzante.  

Figure femminili, che pur vivendo epoche lontane e inconciliabili soffrono del mistero irrisolto dell’incomunicabilità, l’artista tende sempre con sensibile razionalità a proteggere la donna, la sua è un’acrobazia senza rete che sottolinea l’aridità dell’uomo.  

 La pittura di Mario Gianquitto complessa ed intellettuale non è per tutti, spesso ostica ma dallo spessore di fascino e contenuti sui quali il fruitore s’indugia, dietro i quali cerca una realtà tangibile. Le due donne cercano un riempitivo fisico e spirituale alle loro vite in un viaggio nel tempo, dentro le passioni. In un paesaggio innevato, dal cielo plumbeo sembra siano le sole a salvarsi dal grigiore e dalla mediocrità. Quello dell’artista non è amore interamente pensato, ma profondo, ricreare con il colore, le forme, la postura del corpo lo spirito rinascimentale di dame e cavalieri e strettamente a contatto materializzare l’essenza della modernità. tutta nello sguardo disincantato e il vezzoso gesto di sollevare la gonna. L’opera  accoglie l’osservatore facendolo entrare nella sua intimità, ponendolo all’interno della riflessione estetica dell’eterno e dell’immutabile. Nel realismo contemporaneo di Mario Gianquitto c’è il fascino della sorpresa, della peculiarità delle immagini la cui prerogativa è   ricerca dell’istante in cui cogliere la sostanza della   femminilità.

Le due figure nell’armonia dei gesti, tra panneggi di seta, broccati, merletti,   conservano la nobiltà primitiva della loro anima in fusione con la coltre di neve, soffice, bianchissima, flusso ininterrotto di riflessioni, metafora irrealizzabile di quiete per coprire i rumori del mondo.

 


commento di Mario Gianquitto sull'opera IL SILENZIO DELLA NEVE - giovedì 30 agosto 2012 alle ore 17:10

 DAVVERO OPERE BELLISSIME!!! I MIEI COMPLIMENTI!!! DANIELE TEDONE


commento di Daniele Il Divo sull'opera LA NONA SINFONIA . Dissonanza. - venerdì 31 agosto 2012 alle ore 23:08

 singolare e raffinato


commento di Maria Grazia Evangelista sull'opera IL GIRASOLE - lunedì 03 settembre 2012 alle ore 08:38

 intenso


commento di Maria Grazia Evangelista sull'opera LE BAMBOLE - lunedì 03 settembre 2012 alle ore 08:40

 (Recensione di Maria De Michele)

Nelle opere di Mario Gianquitto il passato ritorna, evocato e filtrato si intreccia con il presente. L’artista sensibile e ricettivo alle potenti suggestioni dei grandi maestri del ‘600 approfitta di disarticolati frammenti che  ricompone in maniera straniante ma riconoscibile, frammenti che  avverte come valenza simbolica nella quale ritrovare l’equilibrio compositivo. Particelle assemblate ad oggetti, figure umane, animali profondamente radicate nella realtà contemporanea. Il corpo umano, soprattutto la donna, sono il fulcro sul quale concentrarsi, pur rimanendo fedele ai canoni classici si propone con un linguaggio espressivo in senso metafisico, il passato si afferma come fondamento e sostegno della modernità.

“Emancipazione”, un dipinto che reinterpreta alla luce dei nostri giorni l’estetica femminile e non solo. Una personalissima rielaborazione del ritratto di Lucrezia Paolini, moglie dell’esuberante ed eclettico pittore napoletano Salvator Rosa, in un contesto mutato, diviene come per poeti e novellieri oggetto da idealizzare, la carnagione volutamente impallidita, lunare, canone di bellezza essenziale per  le donne del tempo, sia cortigiane, di nobili estrazione o semplici popolane   utilizzavano del succo di limone o borace sulfurea per schiarire la pelle. Lucrezia, presa ad immagine di quell’appartenenza illusoria dell’età barocca,   dove il punto nodale della vita sociale doveva essere il “decoro”, la dedizione alla casa e alla famiglia, vivere nel timor di Dio, rarissime le donne capaci di condurre una vita indipendente, dotate di una buona cultura umanistica, l’apparire assumeva un valore di fondamentale importanza. E Mario Gianquitto in tutto lo spazio disponibile segna la presenza di Lucrezia come frutto di un virtuosismo spinto e carismatico che diviene testimonianza di una falsata emancipazione.

La figura femminile in secondo piano ricalca il prototipo della femminilità    contemporanea, una donna progredita, intraprendente, volitiva, avvolta in un panneggio rosso dove luci ed ombre ne esaltano le pieghe, dalle quali emerge una bellezza pura, che racchiude la sete di armonia e di perfezione, di forma e sostanza. Un drappo che come una corazza  le impedisce di muoversi. La condizione umana della donna resta cristallizzata, l’immobilismo si perpetua, la priva dell’esistenza della scelta di sé e la rimette ad una verità cui semplicemente adeguarsi. Ogni opera di Mario Gianquitto propone un pensiero personale dell’attualità storica congedandosi dalla presunzione di trovare la verità, il contenuto del quadro diviene un percorso ardito per   rinvenire il messaggio cui oggi è chiamato, aprendo la possibilità di un dialogo per un ipotetico contraddittorio. Emancipazione come sostitutivo all’etica dell’obbedienza, dove l’uguaglianza e la libertà della donna  accrescono le potenzialità intellettuali e morali dell’intera umanità. Le mani rivolte verso l’alto, eleganti e filiformi, dischiuse, sono metafora di libertà, condivisione, concordia. La creatura di sesso maschile dovrebbe sempre tenere a mente le parole del Capo Indiano Seattle “Non è la terra ad appartenere a noi ma siamo noi che apparteniamo alla terra”.

 


commento di Mario Gianquitto sull'opera EMANCIPAZIONE - mercoledì 05 settembre 2012 alle ore 15:29

Secondo me le "indomabili emozioni " ,  ci rendeno solamente UMANI e degni di vivere appieno la nostra VITA,finchè ci apparterrà !

Complimenti per le tue opere

Lucia


commento di Lucia Aroffu sull'opera IL PENSIERO. Ritratto di Sara - venerdì 07 settembre 2012 alle ore 09:00

 Recensione di Maria De Michele

 

“L’Innocenza”, cardine delle proprie riflessioni, l’artista non si lascia imbrigliare in un’unica tesi interpretativa e lascia aperta la strada per altre percezioni. La visione globale della composizione è un tutt’uno con il senso dell’eterno ritorno. La tenerissima immagine dei due bambini annuncia una nuova aurora per affrancare l’umanità, per testimoniare una nuova dimensione del mondo. I contenuti pittorici sono espressione di “rivelazione”, a favore della vita e della sofferenza, due anelli che si alimentano a vicenda. Il personaggio alla sinistra del dipinto assume valore simbolico di saggezza ed intelligenza in un momento storico in cui l’uomo si accingeva a dominare il suo pianeta con la presunzione di eternizzarsi. Il bacio lievissimo del bambino è il ponte verso la speranza, un arcobaleno nel pieno di guerre e tempeste. “L’innocenza” per sua natura ispirata dal sentimento traspare in ogni elemento che immerso nel divenire è condizionato dal suo passare, dal suo chiudersi nell’apparire ed uscire lentamente dal presente. Il cestino con frutta in basso a sinistra, eseguito in maniera attenta ad ogni minuto particolare costituisce anch’esso un elemento fortemente allusivo che si carica nel tempo di significati simbolici divenendo sintesi di vita e morte, di eternità e caducità, sinonimo di abbondanza, allegoria della transitorietà e corruttibilità della bellezza.

Mario Gianquitto non si sottrae alla sfida di affrontare temi “alti” i suoi orizzonti immaginativi si dilatano dando vita alla poetica dello stupore, all’interno del virtuosismo, della sottigliezza dell’esecuzione, dell’arguzia dell’invenzione riesce a costruire la novità del linguaggio contemporaneo.


commento di Mario Gianquitto sull'opera L'INNOCENZA - domenica 09 settembre 2012 alle ore 19:36

 recensione di Maria De Michele

 

Un dialogo senza parole dove codici indefiniti ed inconsci generano inerzie apparenti e fluidità di movimento. Il tango, metafora dell’abbandono e della morte, un passo di danza che diviene un incontro di energie, un rituale, dove il divario generazionale è un rallentamento del processo di adeguamento dell’artista allo scorrere irreversibile del tempo, da riempire di significati e l’autore lo fa con l’unica arma che possiede, l’arte pittorica. I ballerini rappresentano il passaggio da una condizione di vita ad un’altra, il mutamento di forma delle molteplici illusioni e variazioni sul tema della natura umana. L’idea, la costruzione, l’ambientazione storica anacronistica è un amalgama affascinante della macchina del tempo, senza pregiudizi che consolidano il peccato l’autore ci coinvolge nella conoscenza reciproca di due corpi dove la musica non si sente ma si vede, complice di due creature irresistibilmente attratte. Parentesi remote, descritte in una fase storica sospesa tra l’idealità asfittica di un mondo ormai scomparso e la naturale vitalità del nuovo.

Un’opera che stimola alla riflessione, dal duplice impatto oscilla tra atmosfere  esistenziali e sensazioni erotiche regalandoci l’innegabile capacità di stupire. Gianquitto nei suoi dipinti compone immagini di un’estetica evocativa dove il contatto fisico mette in evidenza reazioni differenti di una separata interiorità tra il maschile ed il femminile.

Il nudo di donna domina sull’illusione romantica, sul concetto di purezza, amore che si nutre di se stesso regalando solitudine interrotta da esigui istanti di illusione. Il fondale nero dell’opera esalta all’estremo gli elementi inghiottendo le ombre. Spesso il barocchismo è per Mario Gianquitto un’esplicita necessità per dare alla luce una valenza stilistica e al contempo intima, di un linguaggio manipolato e rivisitato che coinvolge i sensi, sollecita l’intelletto.

In alto a sinistra un sapiente uso del panneggio  pittorico mosso da solchi profondi densi di ombre accentuano la gravitazione, nell’abbandono e nel ritmo avvolgendo morbidamente un personaggio seicentesco, profano e godereccio, che osserva con curiosità la coppia sottostante. Una figura allegorica tratta da un affresco e rivisitata a simbolo delle pruderie ludiche di un’ epoca fatta di godimento pieno ed illimitato.

 Il dipinto è alimentato dall’incontenibile vigore della fantasia dell’artista che nella rete inestricabile di figure mitologiche, cavalieri, dame, uomini e donne del terzo millennio, ricostruisce ogni volta l’edificio delle passioni umane.

In basso a sinistra un nobiluomo, metafora della coscienza che volge le spalle al piacere ed alla cupidigia dove la sete del vivere rientra in un atto puramente contemplativo. In tutte le opere di Mario Gianquitto c’è la rottura del cerchio delle esistenze, liberate dal tragico travaglio delle rinascite, e magicamente l’irrealtà del tempo diviene testimonianza e conquista del pensiero contemporaneo.

 

 


commento di Mario Gianquitto sull'opera IL TANGO -Lo scorrere irreversibile del tempo - giovedì 20 settembre 2012 alle ore 12:02

NAPOLI - SPAZIO VENEXIART ED UNESCO:
MARIO GIANQUITTO - 1° PREMIO ASSOLUTO CATEGORIA: PITTURA.
2° CONCORSO DI ARTE ESPRESSIVA "Operazione San Gennaro Art" 28 SETTEMBRE 2012.

Con il dipinto “San Gennaro. La santità”­­ Mario Gianquitto attraverso i misteri della mente è alla ricerca di una musicalità pittorica,di un metro contemporaneo che con originalità e capacità di osare possa stupire attraverso la trama del  pensiero. L’artista reintroduce, con i suoi miti, i suoi riti, il recupero del sacro sul profano attraverso il soprannaturale, la santità come mezzo per allontanarsi dall’uomo e approssimarsi a Dio.

Con il dipinto “San Gennaro. La santità”­­ Mario Gianquitto attraverso i misteri della mente è alla ricerca di una musicalità pittorica,di un metro contemporaneo che con originalità e capacità di osare possa stupire attraverso la trama del  pensiero. L’artista reintroduce, con i suoi miti, i suoi riti, il recupero del sacro sul profano attraverso il soprannaturale, la santità come mezzo per allontanarsi dall’uomo e approssimarsi a Dio.


commento di Mario Gianquitto sull'opera SAN GENNARO. La Santità - domenica 30 settembre 2012 alle ore 17:48

 (Recensione a cura di Maria De Michele)

“ Invertebrati-Specie in evoluzione”, un’opera che si incammina tra storia e futuro, una denuncia contro la violenza e la schiavitù della donna di colore, dove la discriminazione diviene spettacolo, l’empatia e l’umanità si annullano sotto il peso della violenza degli sguardi. Ma Mario Gianquitto non la rappresenta come figura patetica, tutt’altro, la Venere Nera esce dal bianco della tela in tutta la sua forza, armoniosa, tonica, l’espressione sensuale e provocatoria delle labbra, la postura sfrontata la riabilita a donna consapevole   liberata dalle catene imposte dalla cultura dell’apparire. L’artista non usa sconti o artifici e attraverso questo splendido nudo costruisce un viaggio di dolore e soprusi della donna violata nel corpo e nella mente, mostrata  senza filtri di martirio.  Come sempre i personaggi ritratti da Gianquitto toccano corde delicatissime, dove è impossibile per chi ne fruisce non porsi domande, l’autore lascia sempre e comunque un segno indelebile nella memoria. Il linguaggio pittorico è frutto di un realismo e di un’osservazione analitica del vero, che alla predilezione estetica contrappone il problema etico, filosofico, storico ma soprattutto sociale. Il vantaggio di essere artista lo porta all’intuizione e attraverso quest’ultima la facoltà di esprimersi, dono ed arricchimento per lui  sempre immeritati. In basso a sinistra  creature acquatiche, elementi naturalistici frequenti nelle opere del pittore, rappresentazione fantasticata di un branco di stelle marine dal cromatismo variegato e un astrattismo che non si perde del tutto nell’informale. Forme vitali, capaci di rigenerarsi, invertebrati in grado di percepire forme, colori, avulsi dalla consape-volezza dell’inevitabile appuntamento con la morte. Esseri viventi dove l’aggressività è una pulsione innata strettamente collegata all’evoluzione della specie, metafora di assenza d’amore,  unico antagonista del male.  In basso a destra Gianquitto ha la necessità di un linguaggio poetico, esplicitamente visibile, un tuffo nel passato, che nel contempo è ricerca, invenzione, combinazioni che ad un realismo sorprendente si affiancano astrattismo e surreale. Per l’artista la gentildonna, pur conservando intatti i legami con la tradizione, è sulle tracce di un ideale di bellezza, espressa con un linguaggio di sentimento. Poesia che diviene pittura, la dolcissima espressione sembra voler dichiarare la propria castità, le sue virtù, nonostante siano legate ai pregiudizi, all’ isolamento fisico ed intellettuale dell’epoca. Delicata, indifesa e bisognosa di protezione, la donna diventa, nella concezione nobiliare dell’onore, la destinataria per eccellenza dell’omaggio cavalleresco.  Osserviamo la veste della gentildonna, puro astrattismo che tra giochi di forme, architetture di improbabili panneggi rivelano il genio creativo di un artista che guarda oltre il futuro, gamme cromatiche vigorose e solide accostate a brillanti effetti di chiaroscuro. Cambi repentini, dal rigore del classicismo all’astrazione raziocinante che con sbalzi di intuizione superano ogni spazio-temporale.“Invertebrati- Specie in evoluzione” è un’alchimia di preziosismi e spessori coloristici che impegnano i sentimenti e l’intelletto dell’osservatore. Gianquitto in uno spazio incommensurabile e un tempo senza cronologia dà forza simbolica al destino dell’umanità, discriminata in eletti e dannati, ed è proprio nella dialettica degli opposti che il messaggio culturale ed estetico della sua opera assurgono a poesia. Ed è proprio nella simbiosi dell’astratto e del realismo che l’artista esprime la sua intramontabile modernità.     


commento di Mario Gianquitto sull'opera MARIO GIANQUITTO – Invertebrati - Specie in evoluzione. 2011 - sabato 13 ottobre 2012 alle ore 16:49

 ( Recensione a cura di Maria De Michele)

 “Mani” – (Autoritratto del giovane Rembrandt), un’opera eseguita con la penna a biro su tela. La necessità di Mario Gianquitto di manipolare la scintilla creativa non come studio preparatorio di un dipinto  ma opera finita, compiuta, dove il disegno, condotto con straordinaria abilità, potenza espressiva e realistica, assume forma d’arte autonoma.

Il bianco della tela chiaro e riconoscibile di sfondo accoglie quattro elementi precisi e distinti che grazie al gioco di tecnica e strategia non necessitano del colore. Un sapiente intervallarsi di segni e tratteggi, finalizzati a dare volume agli elementi condonando loro aspetto tridimensionale e profondità spaziale. Non a caso Gianquitto ha scelto a modello della sua composizione il pittore olandese Rembrandt, il quale amava disegnare a penna e inchiostro. In quest’opera il disegno raffinatissimo è alla ricerca di una verità umana da ricondurre all’essenziale. L’autoritratto del giovane pittore fiammingo è per l’autore l’aspirazione a fermare il tempo, una ridefinizione non come figura storica, ma come essere umano, a dimostrazione concreta della connessione tra pensiero estetico e atto creativo. Il volto di Rembrandt è l’unico elemento ritoccato con polveri colorate, sfumate con le dita, un maquillage ritenuto necessario dall’autore per penetrare a livello percettivo e comunicativo il carattere somatico del personaggio e rendere percepibile la presenza di sé. Le mani, quintessenza del femminile, slanciate, filiformi, quasi congiunte e rivolte al cielo, urgenza espressiva dell’autore che attraverso un’invidiabile perfezione tecnica,  concretizza un gesto mentale, mani che ubbidiscono all’intelletto per esprimere con eloquenza il ruolo che esse rivestono. Mani dense di implicazioni sociali e psicologiche, vessillo, segno di emancipazione culturale, che divengono protagoniste assolute, vocazione ad immortalare il movimento in un preciso istante. Mani che sostituiscono la parola.La figura di donna sulla destra, il cui profilo del volto la eleva a strumento simbolico di una nuova coscienza di sé, appare pensosa e meditante, espressione di uno status che le conferisce un’identità intellettuale.  Nelle composizioni di Gianquitto l’elemento natura è spesso presente, al centro dell’opera si ammira l’incredibile architettura delle foglie, elemento della natura che per l’artista ha un profondo significato, la bellezza della vegetazione diviene stimolo di meditazione, linguaggio attraverso il quale la purezza e la semplicità  possa riflettersi sulla caducità del mondo terreno. Foglie, come elemento energetico ed equilibratore,  empatia dell’artista verso tutte le entità naturali.L’arte del disegno per Gianquitto prima ancora di essere una tecnica è una ricerca della verità, la scrittura che gli permette di percorrere la distanza tra lo spazio delle idee e quello

elle cose.


commento di Mario Gianquitto sull'opera “ MANI” (Autoritratto del giovane Rembrandt) - 2012 - sabato 13 ottobre 2012 alle ore 16:52

 (recensione di Maria De Michele)

Lo spirito stravagante di Mario Gianquitto si conferma a stralci rivisitati, deformati, dove l’attendibità assume la peculiarità di una ricerca accuratissima che ostenta unicamente l’umore fantastico dell’autore, non dissociato da un’intellettualità ben celata da raffinate allegorie. Sulla sinistra del dipinto “Diana e Endimione” di Annibale Carracci che incarnano l’oscillazione della coscienza tra realtà e sogno, taglio inserito nel dettato compositivo ed asservito al simbolismo che non mettono in crisi l’unità estetica dell’opera. Senza limiti temporali Mario Gianquitto nella deformazione linguistica rafforza mutilazioni ed alterazioni incurante della verosomiglianza. Dettagli, scheggiature che sfiorano la resa iperrealista mantenendo il filo di continuità tra gli elementi. Scrittura pittorica che narra di luce, nel gioco serrato chiaroscurale sottolineato dal fondo nero sul quale respira l’inquietudine. La figura a destra in primo piano è sinonimo di ironia, seduzione,    sofisticatezza, leggerezza, esibizionismo e malizia che portano la donna all’autenticità del suo essere femmina, icona contemporanea, lontana dall’irriverenza, vicinissima alla giocosità e all’autoironia.Senza essere spregiudicato l’artista colpisce per l’acutezza dell’analisi del personaggio, per l’assoluta originalità del ragionamento, dando chiara lettura del suo stile che ondeggia tra sarcasmo, satira e teatralità.Il cromatismo  vivace, infiammato, squillante, non ha  come obiettivo l’abbellimento del corpo ma l’esaltazione dell’anima, l’espressione del volto, le labbra protese, racchiuse, voluttuose fanno trasparire la connessione maledetta ed ipnotica tra sensualità e provocazione.Il pregio della pittura di Mario Gianquitto è il dinamismo compositivo, il verismo vivace che attraverso l’inconscio creativo ci rendono testimoni di una raffinatissima antologia visiva delle sue percezioni più recondite, trasfondendo, soprattutto nelle sue donne, un pathos emozionale che gratifica forma e linguaggio. L’impaginazione scenica del dipinto è animata da una figura apparentemente ammiccante, indisponente, ma altro non è che un quesito surreale di contraddizioni che ne fa scaturire il fascino indefinito ed indefinibile, troppo umana per non essere carne, troppo levigata per non essere entità fisica. Gli elementi sembrano non comunicare tra loro, magicamente divengono complementari, un invischiamento erotico di grande raffinatezza ed allusività. Il contenuto è “reductio ad unum”, la chiave di lettura  è il desiderio che da esseri frantumati ci permette di comunicare e recuperare la perduta totalità. Burlesque, sospensione metafisica, attraverso l’ostinata fedeltà dell’artista ai valori della pittura ad olio è orientata verso una sapienza lenticolare e meticolosa  assorbita e riformulata  attraverso il fluire delle sue visioni.


commento di Mario Gianquitto sull'opera BURLESQUE. Sospensione metafisica - mercoledì 31 ottobre 2012 alle ore 18:53

 (recensione di Maria De Michele)

 Per Mario Gianquitto sull’isola che non c’è gli dèi risiedono sulla Terra. Una figura mitologica di pura invenzione. Un’immagine possente tutt’altro che eterea e leggera  che sfreccia verso sinistra alimentata da una fonte di energia dinamica. Il cavallo, simbolo dell’impetuosità, dei desideri e delle passioni dell’inconscio, dell’abbandono all’impulso bestiale, emblema di possessione ed iniziazione,  fugge sotto il peso di Dio,  volontà di potenza distruttiva per la sua libertà. L’artista non si lascia imbrigliare dall’apparente incoerenza dell’opera ma dall’enorme ricchezza che lascia aperta la porta per infinite interpretazioni. Il tessuto poetico di grande impatto si concretizza in una visione che riabilita l’uomo, mito e realtà intimamente inanellati si incarnano in un’ apparizione affrancando l’autore dal già visto e dal già vissuto.

La testa del cavallo rivolta verso il basso decreta volontariamente la natura di animale, che vede nell’obbedienza la tendenza primordiale dell’essere vivente. Lo spirito di gravità gli inclina la testa, gioco a dadi  con la morte, la voluttà, la sete di potere, l’egoismo. In simbiosi con il tronco umano,  che abbraccia la notte ed estasiato dall’eterna dimensione alza le braccia al cielo e canta  un inno all’elevatezza dell’anima.

L’uomo canuto si risveglia fanciullo materializzando l’atto creativo.

“Obbedienza.Tendenza primordiale”, un’esperienza pittorica dal sapore mistico i cui contenuti percepiti e percepibili riservano all’impegno dell’artista un compito sacerdotale, una sacralità autonoma che, immune da visuali diverse di pensiero, narra del suo rapporto con la pittura fatta di esplorazioni, intuizioni elaborate, tese alla trasfigurazione delle immagini.

Il drappo purpureo animato da bizzarre e disarticolate increspature è alternano da zone di luce e macchie d’ombra, elemento che illumina l’intera composizione, fa percepire la furia del  vento nel profondo silenzio del fondale notturno.

 La condizione di passività della figura femminile in primo piano sulla sinistra è solo apparente, immaginata dall’artista come soluzione alla macerazione interiore, composta, verginale, dai morbidi lineamenti, ai quali Mario Gianquitto dà un’espressione individuale. Uno sguardo dolce, mesto, metafora  di rassegnazione, di incapacità a danzare al di sopra dei luoghi finiti.

Il bello linguistico dell’opera “Obbedienza.Tendenza primordiale” si configura come un velo che preserva dall’orrore del vuoto esorcizzando il profano per accedere allo spazio consacrato dell’arte.      


commento di Mario Gianquitto sull'opera OBBEDIENZA.Tendenza primordiale - giovedì 10 gennaio 2013 alle ore 16:55

 

(nota critica di Maria De Michele)

 

La pittura di Mario Gianquitto riesce a rispecchiare la realtà e le sue contraddizioni, rifugge dal disordine informale e affronta un realismo denso di significati simbolici e metaforici dove la ricchezza di un variopinto e accattivante verismo creano, nell’immediata percezione, sorpresa, silenzioso approccio con ciò che dovrebbe appartenerci.

La bambina in primo piano tenerissima nella postura, nell’espressione del volto, assorbe tutta la purezza della tradizione e nel contempo si traveste di una nuova e stimolante intensità.

 L’imprevedibilità di ogni opera dell’artista nasconde una tangibilità immaginaria, tesa e visionaria. L’upupa, dall’estrema precisione del grafismo, stabilisce un rapporto d’amore dell’artista con la natura, con il creato, l’uccello è poggiato su un elemento vegetale del tutto fantasticato nella forma puntigliosa del segno e nella bizzaria dei toni.

Il vibrante gioco coloristico dell’intera opera è immerso in un’atmosfera surreale dalla quale traspare l’attenta ricerca dell’ impostazione dinamica della scena.  

 Un realismo sorprendentemente ed estremamente intrigante che attraverso il potere creativo dell’immaginazione raggiunge ciò a cui aspirare, l’artista interagisce, consapevole, con le creature del mondo per plasmarne la realtà in cui vivono.

Il motivo che abbraccia la figura femminile settecentesca è puro astrattismo lirico dove la fantasia e l’universo personale esplode nell’incisività coloristica, di luci ed ombre liberando l’ emotività che emerge dal fondale nero. Con spontanea maestria l’artista riesce a coniugare il figurativismo oltrepassando i confini della forma senza mai abbandonarla e soffermandosi sull’aspetto puramente cromatico, ritmico e segnico del linguaggio espressivo. Tra la brillantezza delle cromie e la morbidezza dei tessuti lo sguardo dei tre soggetti è rivolto nella stessa direzione e si perde oltre i confini della tela. Perché?  

Il dipinto “Attrazione magnetica” è metafora della straordinaria forza di attrazione del pensiero, ogni entità rappresentata emette e riceve onde magnetiche, frequenze di una realtà positiva e Mario Gianquitto costruisce con la propria mente ciò che egli stesso desidera, stabilendo una stretta relazione tra   volontà individuale e   volontà universale.

 


commento di Mario Gianquitto sull'opera ATTRAZIONE MAGNETICA - martedì 26 febbraio 2013 alle ore 11:58

Davvero interessanti, straordinarie e emozionanti le tue opere che inducono a riflettere...complimenti!!!


commento di La Forza Del Colore sull'opera ATTRAZIONE MAGNETICA - mercoledì 27 febbraio 2013 alle ore 08:29

stupefacente!! 


commento di Sma sull'opera LE BAMBOLE - lunedì 27 maggio 2013 alle ore 21:34

 meraviglioso


commento di Decy sull'opera IL VESTITO - mercoledì 05 giugno 2013 alle ore 02:59

Lavori molto belli. Tecnica eccellente. Metafore a iosa. Complimenti vivissimi.


commento di Mimmo De Pinto sull'opera L'INNOCENZA - domenica 30 giugno 2013 alle ore 10:40

 (A cura di Maria De Michele)

 

Fino a dove può osare l’artista Mario Gianquitto? Le sue citazioni sono violazioni non autorizzate di cui il fruitore non può che provare compiacimento. L’arte non può fare a meno dell’irrazionalità, non può esprimersi tenendo fuori dalla porta tecnica, cuore, emozioni, né tanto meno gettare via il suo bagaglio culturale. L’universo creativo di Mario Gianquitto contiene tutto questo, un misterioso asteroide che se esplodesse proietterebbe pathos, inquietudini, poesia. Oltre le regole accademiche della tecnica pittorica, della prospettiva, l’artista napoletano lancia messaggi psicologici, sociali, stati emozionali per instaurare un  dialogo subliminale con chi osserva il dipinto.

Senza mai discostarsi dai suoi “principi” che rendono peculiare la sua ultima produzione l’artista tende, con successo, a renderla migliore, a farla progredire, rispettando sempre la radice che l’ha generata.

 Ciò premesso mi soffermo su quest’ultima opera “Percezione cromatica”.

Gianquitto proprio perché ha assorbito il cromatismo della realtà che lo circonda gode a cambiarne la connotazione. La donna alla sinistra del dipinto è una creatura che ha l’immenso potenziale di farlo gioire della percezione cromatica, un esercizio personalissimo dell’autore per assecondare ed ascoltare l’istinto. Invenzione surreale, provocazione, espressione chiaroscurale dove le tonalità del verde diventano carezze di luce che sapientemente esaltano  la fisicità della donna, un universo, quello femminile, che Gianquitto salva dall’aggressione e dalla violenza.

 Ogni elemento del dipinto, la donna, i fiori, l’autoritratto di Anthony van Dyck  sono fissati nella composizione nei giusti termini di spazio, la disposizione degli elementi ci appare limpida, in perfetta armonia.  

 Forma e colori sorretti dall’invenzione si concretizzano in una pittura raffinata, ricca di sorprendenti riflessioni. Il volto della donna, dai tratti delicatissimi, l’eleganza della postura è frutto di una “disumanizzazione” che la tiene a riparo dalle lusinghe e dagli inganni. Un cromatismo che vive di un incantamento monocromatico prezioso, bagnato da una luce misteriosa unitamente ad una sobria severità espressiva. Il girasole si stacca dal già visto, il già fatto, ed erompe in una rinascita formale e linguistica ricreata, immaginaria, un fiore dell’assurdo. Il personaggio storico è reinventato, in un’immagine riflessa, invertito rispetto all’originale, indica con la mano sinistra la figura femminile, invitandoci a guardare la donna, ponte metaforico di un’aspirata perfezione.

 Gianquitto racconta la metamorfosi della natura attraverso un patto emozionale tra forma e pensiero. Un dinamismo compositivo che smuove e seduce. La gonna della modella è tessuto allusione di un territorio che nasconde tra le sue morbide e fluttuanti pieghe la forza generatrice dell’immaginazione erotica, dietro il diaframma di una gradevolezza tutta esteriore traspare un inno alla fierezza e ad una cosciente consapevolezza del proprio sé.

 L’opera “Percezione cromatica“ seppure ispirata dalla realtà si manifesta come  trasfigurata, calata in una dimensione irreale, visionaria, che riesce in questo moto perpetuo a fare emergere l’ordine dal caos.

 Uno spettacolo scenico dove il linguaggio armonico e coerente  tradisce una sensibilità combattuta, invenzione di accordi che annodano i fili dell’anima alla vita.  


commento di Mario Gianquitto sull'opera PERCEZIONE CROMATICA - domenica 27 ottobre 2013 alle ore 17:58

 Nota critica di Maria De Michele

Un’opera su tema presentata all’Evento “3^ Edizione Operazione San Gennaro Art 2013” patrocinato dal Club UNESCO di Napoli, l’Associazione Spazio Venexiart con la Deputazione della Cappella  e del Museo del Tesoro di San Gennaro.

 

Uomo solidale e creativo Mario Gianquitto affronta in questo dipinto il tema della fede come liberazione, costante riflessione dell’artista per una presa di coscienza, traccia visibile della dignità umana dove sofferenza e povertà non sono disegni divini bensì peccati sociali.

La figura femminile assume un duplice significato, è al contempo metafora di un aspetto fondamentale, quello popolare, della città di Napoli e rappresentazione pittorica di una donna del volgo, la cui altera bellezza, la raffinatezza dei lineamenti vanno a scontrarsi con un’ignoranza ricca di intelligenza, umanità e spiritualità.

L’espressione del volto pur non perdendo la sua sensualità è pregna di tristezza ed intimo disagio, concretizzazione di sfida e coraggio in un verso poetico in movimento. I capelli scomposti custodiscono un ricordo, la memoria di un amaro vissuto. Magistralmente eseguito il drappeggio che pare esca fuori dalla tela, un elemento  spesso presente e caro all’artista che in questo dipinto nasconde tra le pieghe vite, storie, abusi, tradizioni della sua terra. La tavola sulla quale è poggiato il drappo, anch’essa  simbolica, mette in evidenza le venature, i nodi e le imperfezioni interne del legno rimandandoci all’originaria natura vivente, un motivo di equilibrio visivo  per aggiungere un elemento che sia in armonia al contesto in cui è inserito.

San Gennaro, ispirato e trasfigurato da un dipinto seicentesco e illuminato dalla Grazia divina intercede tra essere e divenire, mutamento ed identità, pronto a lenire e curare i mali dell’anima. Un dipinto attraversato da una profonda ricerca di identificazione che partendo da un individualismo mistico riesce a creare un aggancio con la cruda realtà. Il sentimento religioso oscilla tra il sacro e il profano, ma l’intento di Mario Gianquitto è quello di far trionfare una povertà dignitosa  e non la povertà dei sentimenti.

Per un artista affrontare oggi il tema della fede religiosa è come camminare su un terreno minato dove facilmente si rischia di cadere nella banalità, ma  inverosimilmente il pittore riesce a recuperare la possibilità di cercare e trovare conforto mettendo a frutto attraverso la poetica pittorica le pulsioni umane permanenti e non sradicabili dell’uomo.

Quella del Santo è una compassione che non sottrae i suoi devoti al dolore, ma non li abbandona e li assiste fino al termine delle loro esistenze senza  mostrarsi ma dando prova tangibile della Sua presenza con il miracolo della liquefazione del Suo sangue. Un dipinto che parla d’amore, che va letto e meditato per scoprirne la fecondità e la modernità, per ritrovare la radice che ci lega inseparabilmente a Dio, dove è possibile percepire la ricerca continua ed insaziabile dell’Eterno.

 

 

 

 

 

 

 

L’autore  si colloca sull’asse più classico con una rigorosa visione della realtà, una pittura colta ed intrigante che porta il fruitore a rileggere il senso della vita e la sua complessità. Inevitabilmente ogni sua opera ci mette di fronte a noi stessi, l’anacronismo dei suoi contenuti sono solo pretesti per dare forma al dettato interiore.

“Disegno divino” è frutto di un bilanciamento cromatico misurato e scorrevole, calibrato ed armonioso dove l’utilizzo della tecnica multipla, termine coniato dall’artista, denota  un’indagine pittorica inusuale, un viaggio tra reale e mentale sovradimensionale che mantiene intatta l’emozione che l’ha generata. Si osserva infatti che il San Gennaro è eseguito a pastello mentre la figura femminile, il panneggio e la tavola di legno sono dipinti ad olio.  L’artista, procedendo  nel passato e nel presente, riesce a confondere e a perdere i confini tra le due dimensioni affermando con forza il senso di appartenenza alla sua storia con la fierezza e la consapevolezza del proprio sé.


commento di Mario Gianquitto sull'opera DISEGNO DIVINO - domenica 27 ottobre 2013 alle ore 17:59

 COMPLIMENTI BELLE OPERE CIAO


commento di Nicola Emiliano sull'opera EMANCIPAZIONE - domenica 27 ottobre 2013 alle ore 22:11
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