El Pitur

El Pitur Gianfranco Abela
Brescia (BS)

Iscritto dal
29/09/2009
Categoria: Pittori

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Data di nascita: 19/05/1948
Residenza: Brescia - BS
Telefono: 348 2517016


Ho avuto la luce, ho dato la luce (che dire.. voglio illuminare il panorama della comunicazione visiva con l’emergere del sottoscritto, il più giovane vecchio pittore vivente) il 19 Maggio 1948. Sono nato come si suol dire con la matita in mano, ma dalla mia prima performance all’asilo nido, dove una “simpatica” suora mi stracciò in faccia una meravigliosa oca blù (sarà stato il retaggio di due anni di “colorato” Santo Domingo trascorsi nella più tenera età) di cui ero molto orgoglioso, mi fecero notare che le oche sono bianche!! Questo fatto che le oche sono bianche mi rimase impresso e fu uno dei tanti ostacoli che trovai lungo il mio cammino d’approccio all’espressione visuale, causa: i colori molto vivi, che mi hanno sempre affascinato. Alle elementari ricordo innumerevoli richiami del maestro che mi sorprendeva a disegnare i visi dei miei compagni e soggetti vari mentre faceva lezione. In compenso ebbi l’incarico ufficiale, nell’ora di disegno, con mia grande soddisfazione, di riprodurre alla lavagna il soggetto da rifare per tutta la classe.

 

Alle medie ripresi la mia attività di illustratore pirata in incognito. Durante l’ora di matematica illustravo l’Iliade e l’Odissea con strepitosi combattimenti tra Achille, Ettore, Aiace e company ispirandomi a Nembo Kid (poi diventato Super Man). Nell’ora di disegno ricordo un bellissimo paesaggio preistorico con vulcani eruttanti e pesci rossi che nuotavano in mari verdi e una grande invidia per un mio compagno che disegnava peggio di me, ma era ordinato,metodico e prendeva sempre migliori voti in disegno.
Feci il mio primo quadro con le tempere, paesaggio con montagna e laghetto. Più che altro, per esplorare le mie capacità pittoriche. Rimanevo comunque sempre ossessionato dal disegno e dalla riproduzione realistica. Al momento della grande decisione su cosa fare da grande però mi lasciai influenzare da chi mi metteva in guardia sulla precarietà della vita artistica e quindi finii all’istituto tecnico, orientamento elettronica perché si diceva sarebbe stato il futuro.

 

All’I.T.I.S., mentre mi insegnavano le valvole, il diodo e il triodo che poi mi “sarebbero servite moltissimo” nella mia attività futura, non mancavo di esercitare il mio hobby di illustratore di contrabbando cimentandomi in caricature di miei compagni durante le lezioni di italiano, di storia e altre noiose attività scolastiche. Alle soglie del diploma dipinsi il mio primo quadro ad olio, una copia di un Cesanne, che vendetti a 25000 lire !! Avevo 18 anni e da lì cominciai a fare il mercenario della pittura. Armato di telai e lenzuola vecchie e cementite producevo tele e altrettante orribili nature morte, paesaggi e qualche figura, da rifilare ad amici parenti conoscenti ecc. Poi, esaurita la cerchia dei “clienti forzati”, iniziai a lasciare questi lavori senza alcuno spirito creativo che non fosse la verosimiglianza (si vende meglio) al bar o dal barbiere ( notoriamente luoghi di grande passaggio, gossip e una cosa tira l’altra).


 

Nel frattempo, decisi che per meglio figurare nel mondo dell’elettronica era meglio passare dalle “valvole ai semiconduttori” e quindi decisi di iscrivermi ad ingegneria elettronica. Durante gli anni universitari, gli unici quattrini che avevo in tasca me li facevo vendendo quadri. Ogni tanto cercavo di eseguire un ritratto un po’ moderno, più contemporaneo, con i colori vivaci di Van Gogh molto vicini alla mia sensibilità coloristica, ma la mia clientela piccolo borghese mi bocciava subito; ritornavo a fare le solite nature morte. Nel frattempo divoravo libri d’arte, visitavo regolarmente mostre, musei ecc. compresa un’esposizione ad Avignone dove vidi per la prima volta un ‘opera di Picasso, che non mi fece un grand’effetto se devo essere sincero.
Il periodo universitario è passato così, alternandosi a studio e dipinti generici senza vitalità con lo scopo di avere un po’ di denaro per lo svago.
Conseguita la laurea in ingegneria elettronica, il mio ingresso nel mondo del lavoro ha significato il quasi totale abbandono della pratica pittorica se non per alcuni saltuari ritorni (uno all’anno) per non perdere l’allenamento tipo “pittore della domenica”. Durante le attese tra una visita e un’altra ad un cliente non disdegnavo di fermarmi a disegnare un cavallo, un cane, una piazza o qualsiasi altra cosa mi venisse a tiro e ogni tanto usavo questi spunti per rielaborali nei tempi morti cercando di costruire qualcosa di originale e fantastico. Nel frattempo, passano tanti anni, fatti di molta concentrazione sul lavoro e qualche schizzo quà e là ma senza molta convinzione o stile che mi “prendesse”. Quale è stata allora la molla che mi ha fatto riprendere i pennelli in mano e mi ha dato l’entusiasmo per crederci ancora? Che ha rivitalizzato questo antico e mai sopito amore?

 

Nell’ultimo mio lavoro di consulenza mi sono imbattuto in una collega di lavoro con grandi capacità manuali, ma scarsa creatività, che trovava nei miei lavori spunto per realizzarne di suoi. Il suo successo, anche se limitato alla cerchia dei conoscenti, destava la mia invidia: io potrei fare meglio, pensavo. Per molti anni avevo vissuto come in una catalessi artistica. L’arte contemporanea mi era sconosciuta, un po’ perché non condividevo la sua mancanza ad un legame con la tradizione e l’uso di linguaggi estremamente poco ortodossi dove le capacità innate del disegno trovavano poco spazio. Ma soprattutto, perché mi rendevo conto di non avere né qualcosa da trasmettere né la gioia di fare qualcosa di piacevole, che mi prendesse e mi rendesse soddisfatto.
Tuttavia questo ritorno alla riflessione artistica mi ha spinto anche a fare un passo che da anni pensavo di fare ma che non facevo per pigrizia; ora, stimolato da una sana invidia decisi di cimentarmi con i colori acrilici. In realtà cercavo da un po’ di tempo, stimolato dagli eventi che ho descritto, un mezzo espressivo che includesse il colore e una superficie piana per realizzare qualcosa di veloce da realizzare e meno complicato di un’opera fatta con i colori ad olio. Sono partito con pennarelli acrilici professionali, con i quali ho cominciato “a scaldare i muscoli”, a realizzare primi lavori basati su re e regine delle carte da gioco che animavano siparietti o stralci di vita vissuta con un effetto grafico coloristico abbastanza soddisfacente. Nel frattempo avevo ripreso ad interessarmi alle ultime correnti artistiche, a leggere libri d’arte che avevo dimenticato nella mia libreria e comprarne di nuovi e ad interessarmi alla psicologia dell’arte visiva e del ruolo e genesi della creatività.

 

La svolta
Ciò che non mi aveva mai soddisfatto nella mia breve attività pittorica (dai 18 ai 25 anni è stato il periodo di attività più “intensa“, per quanto “intensa” è parola grossa, diciamo: di maggiore attività per far soldi facendo praticamente l’illustratore) era la mancanza di stile e di creatività, per cui al di fuori della verosimiglianza e di una sufficiente capacità tecnica (per cui qualcuno mi dava dei soldi a fronte di una tela con dei colori sopra) il risultato non mi dava alcuna altra gioia ed entusiasmo a proseguire, non trovando dentro di me qualcosa di originale e convincente da esprimere.
Ho sempre avuto però la percezione che scavando, qualcosa di buono sarei riuscito a recuperare. Tra le mie varie letture mi imbattei in un libro interessante“ disegnare con la parte destra del cervello“. Ricordo di aver letto quasi tutto questo libro e poi averlo riletto in inglese quando mia figlia Laura andò a San Francisco per iniziare la sua avventura canora.


 

Di per se’, il libro non diceva niente di originale; parlava cioè della parte destra del cervello come la parte che sovrintende la creatività. Quindi suggeriva metodi non tradizionali di disegno come ad esempio quello di raffigurare un oggetto disegnandolo al contrario, facendo in modo cioè che fosse il più simile all’originale e scavalcando quelli che sono i modi di disegno tradizionali che immancabilmente sono soggetti all’influenza di modelli “precablati”, che fanno parte del firmware di un artista, ma che ne impediscono una vera aderenza alla realtà senza inquinamenti culturali. In realtà questa idea andava nella direzione opposta a quello che stavo cercando; in fondo, dall’avvento della fotografia, cercare di essere estremamente fedeli a ciò che si ritrae, il ritrarre la realtà con la massima fedeltà risulta noioso e poco originale. Dare una propria impronta al modo di rappresentare il mondo o il proprio mondo è estremamente importante e questo l’avevo capito. Mi venne l’idea di disegnare con la mano sinistra. Mi sono detto: se la mia mano destra, controllata dalla parte sinistra del cervello così razionale e poco creativa non mi soddisfa perché non dare spazio alla mano sinistra influenzata dalla parte destra del cervello, così poco ortodossa e “un petit trasgressive” diciamo così poco inquinata da stilemi precostituiti. Devo fregare la mia razionalità dando alla parte destra il controllo totale. All’inizio l’esito è stato piuttosto scarso a causa della scarsa manualità e del controllo precario che avevo sulla matita con la mia mano sinistra; ma poi, con l’allenamento, perseverando con la volontà che è la mia dote da super eroe, anche la mano sinistra è diventata disinvolta come la destra. Con una novità interessante: che la mano sinistra produceva cose più divertenti e originali. Insomma, più creative.

 

Mi sono imposto di usare la mano sinistra e lasciarla andare, libera di disegnare sul foglio ciò che viene, senza imposizioni, e magari mentre guardicchiavo la televisione ogni sera. Dal profondo scaturivano cose interessanti e sorprendenti. Sto usando questo metodo da almeno quattro anni. La sera, produco decine e decine di entità/embrioni (chiamo così queste cose). Dopo qualche mese le riprendo, le archivio selezionando quelle più stimolanti, dove già intravedo una possibile storia, una rappresentazione, una identità cioè, della quale queste entità vanno in cerca... Ed eccomi qua, descrivo meglio la genesi di un mio lavoro nell’apposita intervista.

 

Così, ridendo e scherzando, sono arrivato alla soglia dei sessanta e mi sto chiedendo se non vale la pena intraprendere la carriera artistica, ora che quella di imprenditore è abbastanza affermata. Come dice Angela Vettese nel suo bel libro che consiglio a tutti gli artisti in erba, “Artisti si diventa“ io sarei un po’ handicappato perché so disegnare un po’; quello che conta è la creatività e l’invenzione di percorsi nuovi e io rimango un imbratta -tele, ma ho la presunzione, in un ambito abbastanza tradizionale, di fare cose interessanti.


 

Seguendo quello che è il percorso medio che serve a rendersi visibili sul mercato, come dice Vettese, occorrono 10 anni. Questo significa che sulla settantina potrei diventare il più giovane vecchio pittore vivente se accidenti fisici o di altra natura non me lo dovessero impedire.
Io comunque ci provo. Non ho ricevuto alla data odierna nessun premio, le referenze sui miei vecchi lavori dispersi chi sa dove non sono da considerarsi perché li rinnego tutti ufficialmente hic et nunc. Sto invece cercando sponsors, galleristi e collezionisti tipo Pinault, Saatchi, Gagosian insomma quella gente lì che abbia voglia di puntare sul sicuro (!)...

 


(dopo notti insonni e lunghe riflessioni ho deciso che il mio marchio sarà questo. L’Abela ha una brutta assonanza.. un genovese lo capirebbe e poi l’apostrofo l’ho già sfruttato per mia figlia Laura. AbelA assomiglia ad un nome palindromo come Anna e con una doppia AA che come “rating” non è disprezzabile)

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