Daniel Lifschitz

Daniel  Lifschitz Daniel Lifschitz
Berna (Svizzera)

Iscritto dal
06/07/2009
Categoria: Pittori, Scrittori, Altro

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Opere inserite: 131

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Voti ricevuti: 201 Chi ha votato?


Data di nascita: 23/06/1937
Residenza: Berna - Svizzera
Telefono: 334 3168314


CURRICULUM

di Daniel Lifschitz


Daniel Lifschitz è nato a Berna nel 1937 da famiglia ebraica.
Dopo la maturità classica, studia archeologia all’università di Ginevra e di Berna.
Nel 1960 interrompe bruscamente la carriera universitaria e lascia la Svizzera per stabilirsi nel Kibbutz Nir-David in Israele, dove fonda, con la sua collezione archeologica il Museo di archeologia mediterranea, situato tra il Kibbutz e il parco nazionale Sachne. La città di Francoforte elargisce i fondi (250000 DM) per la costruzione del primo padiglione nel 1963 , un membro della famiglia Rothschild il secondo padiglione nel 1970.
Nel 1961 Lifschitz , alla ricerca di Dio, lascia il Kibbutz e vive per alcuni mesi in India (monastero Ramakrishna, Almora, Himalaya), poi torna in Europa e si stabilisce sull’isola di Patmos, dove comincia a dipingere.
Dal 1964, data della sua prima mostra a Losanna (Galerie Bridel) Lifschitz ha esposto le sue opere in più di 80 Musei e mostre personali in Italia, Francia, Belgio, Olanda, Stati Uniti, Germania e Israele. Sono usciti 3 monografie sui suoi dipinti ebraici in Italia, Francia e Germania.

Nel 1964 si trasferisce a Cortona (Arezzo),dove riceve nel 1966 il Battesimo.
Dal 1966 al 1971 vive con la comunità monastica di Don Dossetti, prima a Monteveglio (BO) poi a Gerusalemme. Dopo un soggiorno di 6 mesi con Carlo Carretto a Spello e a Carpi (MO) ,

nel 1973 si trasferisce a Palermo, dove risiede tuttora. Entra nel cammino Neocatechumenale, nella Parrocchia della Sacra Famiglia.

Nel 1974 si sposa con Angela Bonsangue. Insieme con i loro 5 figli evangelizzeranno in Sicilia, Grecia, Turchia, Egitto, Israele (comunità cattoliche palestinesi) Svizzera, Etiopia e 7 anni negli Stati Uniti (Texas e Chicago).

Nel 1986 Lifschitz comincia a scrivere commenti biblici (Salmi e Genesi), libri sul chassidismo, sulle feste ebraiche e sull’umorismo ebraico finora usciti in Italia, Francia, Germania, Spagna, Polonia, Rep. Ceca e Brasile (Vedi elenco delle pubblicazioni allegato).

Nel 1994 Lifschitz termina e lascia il cammino Neocatecumenale e da allora inizia delle catechesi sui salmi a Palermo e a Roma.

Da quattro anni Lifschitz scrive opere teatrali e sceneggiature per cinema, tra cui la commedia musicale "Israel, dove vai?", “Pasqua ad Auschwitz”(3atti) "Un Seder a Buchenwald" (2atti) ,"Torre di Babele" ,”Twintower.
Nel 2001 la commedia musicale “Israel, dove vai?” è andata in scena a Palermo
Nell’ambito del Festival “Palermo di scena” e nal “Teatro della Rosa” a Pontremoli.
“Un Seder a Buchenwald” è andato in scena a Palermo nel 2001 e a Montescudo e Montetauro (Rimini) nel 2002

 

Daniel Lifshitz artista, scrittore e pittore
Monte Porzio Catone dal 24 gennaio al 6 febbraio 2009

 

RECENSIONI

 

 

 

 

LONTANO E VICINO
11/4/2008
 

Un migrante tra pittura e salmi
 




 

L'autobiografia di Daniel Lifschitz, nato da famiglia ebraica a Berna nel 1937, giovane comunista sionista, convertitosi al cattolicesimo
 

 

ENZO BIANCHI
 

Vi è chi ha colto nel XIX secolo una svolta epocale in virtù della quale la maggior parte delle persone non ha più potuto contare su un paio di certezze che avevano caratterizzato per alcuni secoli le generazioni precedenti: quella di morire nel proprio borgo natale e quella di esercitare lo stesso mestiere del proprio genitore.

Di certo oggi ci appare accentuato un dato che in realtà non è mai stato del tutto assente dall'esperienza umana: le nostre esistenze attraversano a volte stagioni mutevoli, periodi in cui sembrano smarrirsi certezze acquisite, svolte che rimettono in gioco orientamenti e tendenze, episodi che contraddicono noi stessi e le scelte di cui più ci credevamo convinti.

Non è sempre facile ritrovare il filo rosso che attraversa un'esistenza, anche perché a volte non si tratta di un filo ma di un intreccio di tessuti diversi, apparentemente incompatibili; eppure ciascuno di noi sa di essere più grande dell'insieme degli eventi che lo hanno condizionato, delle opere che è riuscito a realizzare, degli errori commessi e delle virtù mortificate: ogni essere umano vale più delle vittorie e delle sconfitte conosciute nella sua lotta quotidiana per un'esistenza degna di tal nome.

Nato a Berna da famiglia ebraica nel 1937, giovane comunista sionista, battezzato cattolico nel 1966, aspirante cittadino israeliano, evangelizzatore itinerante nel cammino neocatecumenale poi abbandonato, pittore, esegeta, scrittore e autore di teatro, Lifschitz è un «migrante» per sorte divenuta vocazione che, a mio giudizio, ha trovato due approdi sicuri e pacificanti nella sua esistenza, due luoghi in cui le sue mescolanze eterogenee hanno potuto armonizzarsi: la pittura e l'interpretazione dei salmi. Chi volesse accostarsi a una vicenda esemplare di ricerca potrebbe leggere l'autobiografia in due volumi di Daniel Lifschitz (Dio sceglie l'immondizia. Storia di un ebreo cattolico e L'immondizia ama Dio. Storia di un cattolico ebreo, Parva, pp. 240 e pp. 224, e 12 al volume).

I suoi pastelli che privilegiano l'amore dei chassidim per la Torah e per la vita, capaci di sfumare una realtà illuminata da una luce «altra», sembrano indicare la faticosa chiarezza che si fa strada nelle nostre vite; così come la sua lettura dei salmi, nutrita ma non condizionata dalle vicende personali, li restituisce alla loro qualità sorgiva: lodi, invocazioni, grida di creature umane che sgorgano dal vissuto tragico e gioioso dell'esistenza per divenire parola rivolta da Dio stesso all'uomo.

Non è mai dato di discernere con nettezza chi parla e chi ascolta in quei canti che popolano da millenni la preghiera di Israele e della chiesa; in essi è dato invece come dono prezioso di assumere consapevolezza che il dialogo è possibile anche nelle situazioni più disperate, che sempre vi sono orecchie e cuore pronti all'ascolto, così come sempre vi sono labbra che parlano, anche nel silenzio più angosciato.

Autore: Daniel Lifschitz
Titolo: Dio sceglie l'immondizia. Storia di un ebreo cattolico
Edizioni: Parva
Pagine: 240
Prezzo: 12 euro

Autore: Daniel Lifschitz
Titolo: L'immondizia ama Dio. Storia di un cattolico ebreo
Edizioni: Parva
Pagine: 224
Prezzo: 12 euro

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 12 aprile)
 

 

Altra recensione

 

 

 

 

Ancora pochi giorni utili per ammirare la mostra Auchwitz, Venezia, Gerusalemme di Daniel Lifschitz allestita nel suggestivo chiostro del convento S. Bonaventura a Frascati. Dal 24 al 6 febbraio le sue opere saranno esposte nella biblioteca Albertazzi di Monte Porzio Catone dove l’artista, pittore e scrittore presenterà le sue ultime pubblicazioni.
Autore di “Dio sceglie l’immondizia” e “l’immondizia ama dio”, storia di un cattolico ebreo, per la sua pittura si è tentati di inserirlo in quella corrente di pittura materica in cui i materiali più disparati prendono vita e diventano parte integrante dell’elaborazione concettuale, dell’emozione o dell’illuminazione. Ma lui, confessa, ricicla giusto il giornale. Piuttosto certa luce presente nella scena dei suoi quadri e su quei suoi personaggi riuniti intorno ai tavoli a discutere della Torah o del Thalmud", la scienza per eccellenza, ci ricordano Caravaggio e Cezanne.
In questa “imitazione”, che l’autore accetta come possibilità, cioè ammesso pure che il suo stile sia riconducibile a taluna o talaltra corrente, ce lo spiega chiaramente nella conversazione che prosegue la visita alla sua mostra, Daniel accetta di riconoscersi figlio, debitore e fratello di altri, con tutta l’umiltà che ne segue.
E il riciclo che c’entra? “C’entra la trasformazione ma anche la resurrezione del Cristo che in questo ravvisa all’uomo la lode a dio e a tutto il creato”.
Passione per il marxismo, viaggi verso i kibbutz e l’India in cerca del Samadhi; respinto dalla chiesa di Gerusalemme perché non era giunto il suo “kairos” il tempo propizio, Lifshitz conclude il suo primo libro “Dio Sceglie l’immondizia”con gli studi sulle scale di colore e la sete di Cristo.
Il volume di rimando, “L’immondizia ama Dio”, inizia con la preparazione del suo battesimo e ripercorre pellegrinaggi fatti a piedi in Umbria e Toscana come in Galilea e a Gerusalemme o i soggiorni sul monte degli ulivi, il percorso che lo ha condotto sino a farsi quasi monaco, poi al matrimonio.
Stabile nei sintomi di un disturbo bipolare Daniel perde il figlio maschio affetto dalla stessa patologia e con il triste episodio del suicidio del giovane chiude il suo secondo libro. Si interroga ma non si dispera, chiede tempo “se il signore mi concede tempo scriverò un terzo volume sugli ultimi ,travagliati, ma bellissimi anni della mia vita. Basta che mi avvisi in tempo”.
Frascati, convento di S.Bonaventura
Circa cinquanta opere eseguite a pastello raffigurano, in una luce che fatica a mostrarsi, personaggi paesaggi, oggetti che sembrano galleggiare in un tempo sospeso. Atmosfere ovattate, indistinte racchiudono come in un bozzolo primordiale uomini chini sulle Scritture o intenti a dibattere gli oscuri significati di una Legge severa. Quella di Edith Stein , suora carmelitana convertita, rappresentata nei momenti culminanti del suo martirio ad Auchwitz è una delle rare presenze femminili nei quadri di Lifschitz . Ma non c'è angoscia in questa figura solo serena rassegnazione come quella dell'agnello sacrificale sulla soglia dell'altare. Le vedute di Venezia sono di incomparabile bellezza in una luce lattiginosa che adombra più che illuminare le facciate, i percorsi d'acqua, i cieli rannuvolati. Spesso su queste atmosfere sospese riluce un raggio verticale che incrocia l'orizzonte a formare il segno distintivo, il logo si direbbe oggi di quel credo religioso cui l'Autore ha aderito in età giovanile.” E’ il segno della misericordia divina che scende sul mondo” ci spiega Daniel durante la conversazione che abbiamo con lui nella sala da pranzo per i poveri, nel convento. Sembra di essere entrati in uno dei suoi quadri, la luce delle lampadine appese al soffitto piove fiocamente sui tavoli che fra poco si animeranno di odorosa minestra e sulle sedie di formica che accoglieranno corpi non meno odorosi infagottati in improbabili “collezioni autunno – inverno” È qui che Daniel ci confida di sentirsi immondizia di Dio, ma che Dio sceglie l'immondizia. Non puoi fare a meno di ricordare allora il versetto del Salmo “ solleva il povero dalla polvere, innalza il povero dall'immondizia” e la sorprendente coincidenza con questo luogo ti dà le vertigini. Una famiglia numerosa quella di Daniel, quattro figlie, due nipoti una moglie affettuosamente autoritaria; mostra di essere bonariamente contrariato per lo scarso interesse dei figli verso le sue opere ma ancor più verso le ironiche storielle con le quali ama bersagliare i suoi ex correligionari. Si dice amareggiato per questa nefasta accelerazione della storia che, a suo avviso, lascia alle spalle macerie di indifferenza, conflitti e solitudine, in una frantumazione delle coscienze e dei valori mai sperimentata prima nella storia umana. Ma l'amarezza si scioglie subito in speranza “ la morte di ciascuno di noi coincide con la seconda venuta di Cristo” sussurra congedandosi con un sorriso che perfora la nuvola della sua folta barba, come il raggio verticale nei suoi quadri.
di Edoardo Longobardi e Daniela Zannetti
 

 

 
AUTOBIOGRAFIA di

 

Daniel Lifschitz
Daniel Lifschitz

 

I


Dio sceglie
l’immondizia

VOL I


storia di un ebreo cattolico

 

 

Origini – Ebreo – Comunista – Sionista
Archeologo - Un Museo – Kibbutz
Discesa agli inferi – India – Patmos –Pittore
Bipolarismo – Cortona – Verso il Battesimo

 

 

 

Edizioni Parva
In copertina: “Aspettando il Messia” dipinto di Daniel Lifschitz
(1995; cm 68x95)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


© 2007 Edizioni Parva
Via Paradello, 18 - 45037 Melara (RO)
Tel. 042589103
Internet: www.parva.it
e-mail: edizioniparva@cheapnet.it


ISBN 978-88-88287-19-5

 

 

Solleva il misero dalla polvere,
innalza il povero dall’immondizia.

Salmo 113,7


Primi ricordi

L’albero di Natale

L’immenso albero di Natale al centro del salotto toccava il sof-fitto. Vi erano appesi babbi natale, schiere di angeli, stelle, palline e cubetti di cioccolata di tutti i colori che riflettevano la luce di tante piccole candele bianche. Sotto, sul tappeto cinese, aspettava-no regali, confezionati con arte dalla mamma.
Era così bello quell’albero, opera delle sue mani, che non riu-sciva a decidersi di smantellarlo. Lo lasciò nel soggiorno fino a febbraio. Si seccò e…
Mi svegliano: “Brucia l’albero!” Sono tra le braccia di Hanna, la mia governante, che corre giù per le scale. Avevo due anni. È il mio secondo ricordo d’infanzia: fiamme e panico. Quando fui più grande, Hanna mi raccontò come, durante la notte, l’aveva sve-gliata il fumo. Corse dalla mamma, che dormiva nella stanza ac-canto a noi, mise in salvo me e mio fratello, mentre mia madre cominciò a lottare con il fuoco. Invece di salvare i due Magnasco e la piccola Madonna del van der Weyden, afferrò due icone russe dell’inizio ‘900, ricoperte di perle e di argento dorato, bruciandosi la faccia e le mani. Poi, avvertiti dai vicini, arrivarono i pompieri e un’ambulanza che portò la mamma all’ospedale, dove le vennero diagnosticate bruciature di secondo grado.
Per paura dei Tedeschi, i miei, su consiglio del nonno Boris, si erano trasferiti nel 1939 a Losanna. Sull’altra sponda del Lemano c’era la Francia. Se i Nazisti avessero attaccato la Svizzera, basta-va attraversare il lago... Ma le cose non andarono proprio così: un anno dopo fu aggredita, sconfitta e occupata la Francia, e nel ‘41 ritornammo a Berna, la capitale della Svizzera, al centro della Confederazione.

Una famiglia assimilata

Chi legge queste righe si chiederà come mai una famiglia e-braica celebrasse il Natale. Non lo si celebrava; Gesù e Maria, mai nominati – icone, ridotte a semplici opere d’arte, belle, ma mute – assistevano dalle pareti a questo strano Natale di una famiglia e-braica che aveva perso ogni tradizione.
Il nonno rimproverava violentemente i miei per i loro goimna-ches , questi alberi pagani: “Era questo il bel risultato dello scim-miottare i goim ed era soprattutto colpa di mia madre che amava queste stupidaggini , ma anche di mio padre che la lasciava fare quello che voleva. Si era rischiata la vita dei bambini e perso un patrimonio”.
Nonostante le sue proteste si continuò a festeggiare il Natale ogni anno, ma in forma ridotta, con un alberello.
In campo “religioso” il nonno aveva perso comunque ogni au-torità; mentre lui era cresciuto nell’ebraismo moderatamente orto-dosso, ma aveva, da giovane bolscevico, abbandonato ogni pratica religiosa, mio padre era stato educato volontariamente fuori da ogni contatto con l’Ebraismo.
I miei genitori erano ebrei praticanti. Prima della mia Bar-Mitzvah , mio padre non era mai entrato in una sinagoga. Se in quegli anni avevano acquistato una vaga coscienza ebraica, pura-mente nazionale, lo dovevano all’ascesa al potere di Hitler. Solo così mi spiego che mia madre, Felicitas Benita Solomons, e mio padre, Isidor Lifschitz, diedero ai loro figli i nomi biblici: Ruben e Daniel.

Una famiglia divisa

Durante i tre anni che rimanemmo a Losanna, mio padre, uno dei tre avvocati assunti dal nonno nel suo studio legale di Berna, tornava solo durante i fine settimana e le vacanze. Ho sofferto ma-ledettamente della sua assenza.
Ero totalmente esposto alla preferenza morbosa che mia madre nutriva per mio fratello. Io, “la secondogenita”, secondo i suoi progetti dovevo nascere bambina . Tenere in braccio un altro ma-schio deve averla profondamente delusa. Cercò di rimediare ve-stendomi e acconciandomi da femmina fino all’età di cinque anni.
Non c’è da meravigliarsi se la povera donna, amando un figlio esageratamente, molto più del marito, e l’altro come femminuccia virtuale, stava crescendo due candidati all’omosessualità.
Nonostante ciò, mia madre non era cattiva, era anch’essa vitti-ma di un’infanzia traumatica, che l’aveva resa sprovveduta.
Io mi difendevo come potevo. Una volta, mentre facevamo il comune bagnetto serale, morsi per gelosia mio fratello nel sedere. Fui rimproverato aspramente e mandato a letto senza cena . Cre-dendomi solo, espressi ad alta voce il mio desiderio più intimo: “Vorrei che fosse stesa sulle rotaie del tram e che questo andasse avanti indietro, avanti indietro, avanti…”. Non riuscii a portar a termine il matricidio, ché mia madre, origliando dietro la porta, si precipitò nella stanza per rimproverare il bambino ingrato e assas-sino.
Non mi ricorderei di questo episodio se, da tipica yiddishe mamma – era rimasta ebrea solo in questo e in un’ammirazione acritica per lo Stato di Israele –, non mi avesse rinfacciato le mie maledizioni ogni qual volta mi comportavo male, disattendendo le sue proiezioni su una bambina affettuosa e obbediente .
E di quelle occasioni ce ne furono tante. Ero veramente un bambino cattivo e ribelle. Potevo passare da atteggiamenti affet-tuosi e sensibili a esplosioni di rabbia e crudeltà, e questo soprat-tutto verso le persone che amavo di più. Avevo solo pochi anni, ma sapevo già molto bene come difendermi e ferire.
Ho ritrovato i miei misfatti in un quaderno, nel quale mia ma-dre li registrava sistematicamente, per esempio : “Dany, rimprove-rato da Hanna, l’ha picchiata, urlando: “Lei vale nulla, peccato per i soldi che ci costa, lei è una diavola, un’infame! Se ne vada da questa casa… e si ricordi di darmi del Lei! ”
Verso mio padre, che in quel periodo si assentava per cinque giorni la settimana, mi vendicai in modo più cruento. Ci trovava-mo a St. Cergue, nel Jura, per le vacanze d’inverno; avevo fra le mani una marionetta di legno; era una specie di mago con un naso appuntito. Mentre mio padre mi teneva in braccio per evitare che ferissi mio fratello col naso ebraico del mago, glielo piantai in fronte, causandogli un buco profondo, che si dovette medicare al pronto soccorso. Nessuno capì quel gesto improvviso, così violen-to e apparentemente inspiegabile. Non era altro che un bisogno di protezione dalla supremazia di mio fratello, un’inconscia richiesta d’amore ad un padre quasi sempre assente.


Origini

Ne so poco, e ne saprei ancora meno, se non mi fosse arrivata, a sorpresa, circa tre anni fa, dall’Argentina, una e-mail speditami da un mio lontano cugino, Alejandro Lifschitz. Aveva trovato su internet la mia Home page (www.dlifschitz.com) e chiedeva se ero per caso un discendente di Boris Lifschitz, avvocato a Berna.
Di Lifschitz ce ne sono tanti: Lifschitz, Lipshitz, Lipshuetz, Leibschuetz ecc. Basta che uno sfogli l’elenco telefonico di New York, ne troverà una marea .
Alejandro era veramente un mio parente. Stava ricostruendo l’albero genealogico della famiglia e chiedeva eventuali dettagli e aggiornamenti. Allo stesso tempo mi mandava foto e lettere dei miei bisnonni e di mio nonno. Questa e-mail giunse nel momento opportuno. Mi aiutò nella ricostruzione di questo capitolo, dando-mi la possibilità di conoscere qualche cosa sui miei bisnonni pa-terni. Finalmente seppi che si chiamavano Israel Lifschitz (1850-1910) e Avdotia Odnoposoff (1858-1937). Nessuno me ne aveva mai parlato; gli ebrei che vogliono perdere le loro radici, non a-mano parlare delle poche che gli rimangono . A casa nostra l’unico oggetto ebraico era un candelabro d’argento a otto braccia, la chanukkiah. Proveniva dalla casa del mio bisnonno materno, Alois Heimann, un ebreo alsaziano, moderatamente ortodosso. A casa nostra la festa di Chanukka non fu mai celebrata e il cande-labro, quindi, mai acceso.

Nonno Boris

Mi disse una volta che discendevamo dalla tribù di Beniami-no . Non so da chi avesse avuto questa informazione. Forse da suo padre Israel? Ma perché non mi parlò mai di lui, né di sua ma-dre Avdotia? La notizia potrebbe essere vera, perché la tribù di Beniamino ha prodotto una serie di tipacci come lui e il sotto-scritto.
Nonno Boris era nato nel 1879 a Krementchug, nell’odierna Ucraina, primogenito di 8 fratelli.
Vigeva ancora un editto omicida, emanato nei primi dell’800 dal dispotico Zar antisemita Nicola I, in base al quale tutti i figli maschi ebrei, ad eccezione del primogenito, dovevano essere con-segnati all’età di dodici anni all’esercito russo e obbligati a servire l’odiata Russia zarista fino al loro 25esimo anno. Ogni bimbo che veniva acchiappato e arruolato aveva poche possibilità di soprav-vivere. Se poi, per miracolo, raggiungeva i 25 anni, era comunque assimilato e alienato a vita dalle sue radici . Gli ebrei avevano imparato ad aggirare questa legge nascondendo i figli , non di-chiarandoli alle autorità militari o semplicemente corrompendole.
Ma esisteva anche un altro sotterfugio: visto che il primogenito veniva reclutato da adulto, si cercava una coppia che non aveva fi-gli, disposta ad adottare il bimbo e a dichiararlo all’ anagrafe come primogenito.
Fu questa la sorte di mio nonno, adottato in modo fittizio da un cugino di sua madre, di nome Odnoposoff . In questo modo il se-condogenito, Leopoldo, poteva essere dichiarato primogenito, in-sieme a mio nonno. Il terzogenito, Victor, era più piccolo di nove anni, e c’era tutto il tempo per qualche altro sotterfugio .
Il piccolo Boris frequentò il Cheder, e per alcuni anni una Je-shivah moderatamente ortodossa , ma attratto dal socialismo ateo, interruppe volontariamente gli studi ebraici . Fu reclutato all’età di vent’anni e inviato per molti anni con l’esercito russo in Arme-nia. Partecipò alle congiure bolsheviche contro lo Zar e fu con-dannato a morte.
Mi raccontò come, la notte prima della sua esecuzione, i rivo-luzionari, travestiti da soldati, irruppero nella prigione e liberarono tutti i prigionieri. Boris fuggì a piedi; poi raggiunse con il treno Berlino e di lì la Svizzera, allora asilo per molti rifugiati politici. Prese domicilio nel cantone Nidwalden che, per aumentare la scar-sa popolazione, aveva aperto il suo piccolo territorio agli immi-granti. Si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Berna, che frequentava una volta a settimana. Due linee ferroviarie portavano allora da Sarnen a Berna: era così povero da scegliere, per risparmiare quattro centesimi, quella sulla quale il viaggio du-rava un’ora di più.
In quattro anni imparò il tedesco e si laureò in Legge, acquisì la cittadinanza svizzera e si sposò con mia nonna, Mara Warshavski, studentessa di Medicina, originaria di una famiglia ebraica bene-stante di Mosca .
Nel 1911 nacque mio padre, Isidor, e, dopo dieci anni, sua so-rella Mina Regina. Da questi nomi si può capire quanto i miei nonni tenevano a non apparire ebrei, ma russi .
Tra gli esiliati dalla Russia zarista si era rifugiata a Ginevra, Berna e Zurigo tutta la nomenclatura bolscevica: Lenin, la Krup-skaia, Trotzki, Zinoviev, Kamenev ecc. Mio nonno li conobbe tutti e partecipava alle loro riunioni. Fondò il Partito Comunista del Cantone di Berna, di cui fu il primo segretario.
Nel 1917 fu invitato da Lenin a rientrare in Russia con il famo-so treno piombato . Commentando questo invito, mi disse una volta: “Daneli – così mi chiamava – se fossi partito con loro, tu non saresti mai nato e io sarei stato accorciato di una testa” .
Il suo folgorante successo come avvocato, e la ricchezza che ne conseguì, devono averlo convinto a non seguire i rivoluzionari. Ma influì anche l’avversione di mia nonna – che proveniva da una famiglia ebraica borghese – per quel gruppuscolo di cospiratori pericolosi, poveri e sporchi: non l’avrebbe seguito in Unione So-vietica. “Ujes”, schifo , chiamava i bolsheviki.
Mio nonno, comunque, non era un vero rivoluzionario. Pochi anni dopo la guerra, cambiò campo politico, divenne socialdemo-cratico e intimo amico di Robert Grimm . Faceva parte della sua corrente nel partito Socialista Svizzero, nel quale si diede molto da fare per il diritto all’aborto.
Il suo ufficio era aperto ogni sabato per i poveri. Li riceveva e li consigliava gratuitamente. Ciò irritava gli avvocati di Berna, che lo ritenevano una concorrenza sleale. Lui lo faceva per una sua generosità verso i poveri, dai quali proveniva, ma anche per inte-resse. Mi diceva: “Daneli! I grossi pesci li ho sempre pescati attra-verso i piccoli”.
Si occupava di me quasi quanto mio padre, raccontandomi, in mille varianti, la storia di un coccodrillo che stava per acchiappare un bambino che si salvava sempre all’ultimo momento. Quell’essere salvato all’ultimo momento era un’esperienza sua, ma anche una profezia sulla mia vita.
Al contrario della nonna, che lo spingeva verso una vita lus-suosa e distinta, lui rimase in fondo sempre un plebeo.
Accumulò una notevole ricchezza e gli piaceva sfoggiarla. Ol-tre ad una sua villa, possedeva, prima della seconda guerra mon-diale, ventitrè case a Berna e un castello sul lago di Thun, la “Chartreuse”, inoltre una collezione notevole di quadri d’autore autentici e falsi e, naturalmente, sempre una macchina lussuosa, la Buick verde decappottabile. La servitù era composta di una gover-nante per i due figli, una cuoca, una cameriera e un giardiniere-autista.
Divenne il più noto penalista svizzero, vincendo spesso cause disperate, come quella dell’assassinio Riedel-Guala e tante altre.
Con l’avvento al potere di Hitler e contro il rampante antisemi-tismo in Svizzera, dimostrò un notevole coraggio civile. Si occupò con tutte le sue energie, rischiando anche la vita, di un grosso pro-cesso contro i divulgatori dei famosi “Protocolli dei saggi di Sion ”.
Si tratta di un falso divulgato ancora oggi, ricostruito da testi di Machiavelli e altri, che non hanno niente a che fare con gli ebrei. Un plagio, quindi, attualizzato a fini antisemiti. I Protocolli furono condannati dal tribunale di Berna che ne accertò la falsificazione e vietò, in prima istanza, la loro divulgazione in tutta la Svizzera .
Per la propaganda antisemita del Terzo Reich fu una vera di-sfatta con risonanza internazionale. I nazisti svizzeri cercarono di intimidire mio nonno con telefonate anonime, minacce aperte e ar-ticoli diffamanti sul “Voelkische Beobachter” e vignette satiriche sul “Stuermer” , organi della stampa nazionalsocialista tedesca.
Lui non si lasciò intimidire e smascherò, pubblicando sul gior-nale svizzero del partito socialista, la “Tagwacht”, dei documenti che una spia nazista, Toedli, svizzero di origine russa, mandava a Berlino, informando la Gestapo sulle abitudini e gli spostamenti degli svizzeri antinazisti . Naturalmente mio nonno finì sulla lista nera. Per questo girava sempre con una bella pistola, dorata e inca-stonata di madreperla, e non si lasciò intimidire.
Con i successi bellici di Hitler perdette anche lui, come tanti ebrei ricchi, una buona parte del suo capitale. Sotto la minaccia di un’invasione nazista della Svizzera, liquidò quasi tutte le sue case a basso prezzo, preparando la nostra emigrazione in Nicaragua. Si trovò perciò in grandi difficoltà finanziarie, e per un momento sull’orlo del fallimento, situazione dalla quale lo salvò un altro e-breo, garantendo per lui presso le banche svizzere.
Come Vice Console del Nicaragua a Berna pensò di assicurarsi una via di fuga nel caso di un’occupazione nazista della Svizzera. Ciò gli diede la possibilità di stampare falsi passaporti nicaraguen-si, con i quali aiutò molti ebrei a rifugiarsi in Spagna e di là in America Latina.
I gerarchi nazisti avevano deposto nelle banche svizzere il frut-to delle loro rapine, in gran parte denaro, oggetti, gioielli, oro ru-bato agli ebrei. Le banche svizzere, trincerandosi dietro il segreto bancario, si rifiutarono di dare informazioni, sia su depositi di e-brei, ormai uccisi, sia su conti nazisti .
Già nel febbraio del 1945 mio nonno iniziò da solo una lotta contro il governo elvetico, rappresentato dal Consigliere federale Petitpierre, allora ministro degli esteri. Gli scrisse una lettera aper-ta, pubblicata nell’organo del partito Svizzero, la “Tagwacht”, ma di fronte al potere delle banche svizzere il governo svizzero, dopo vaghe promesse, indietreggiò .
Passato il pericolo nazista, nonno Boris fu preso da una frene-sia “diplomatica”. Dopo la sua “ascesa” a Console Generale del Nicaragua, si mise in testa di diventare ministro. In occasione di un’udienza in Vaticano del governo nicaraguese, anche mio nonno fu ricevuto solennemente da Pio XII . Durante quel soggiorno a Roma riuscì a convincere Somoza padre , il dittatore del Nicara-gua e capo clan dei latifondisti sfruttatori, a nominarlo incaricato d’affari in Svizzera .
Non mi è chiaro come mio nonno, una persona così intelligen-te, abbia potuto pensare che le autorità della democratica Confede-razione Elvetica avrebbero avallato questa nomina. Non era pen-sabile che un cittadino svizzero, che in vita sua non era mai stato in Nicaragua e per di più non spiccicava una parola di spagnolo, potesse accreditarsi come ministro di un’altra nazione presso le autorità della sua stessa patria.
Il Ministero degli Esteri svizzero lo dichiarò “persona non gra-ta”. Ciò lo ferì profondamente nel suo orgoglio, e accelerò la sua decisione di trasferire il suo studio di avvocato a mio padre. Lasciò Berna per vivere, insieme a mia nonna, gli ultimi venti anni della sua vita in Svizzera, Italia e Francia in grandi alberghi di lusso.
Quando nonno Boris si metteva qualche cosa in testa non mol-lava, e credo che in questo, come in una certa tendenza alla mega-lomania, gli assomiglio non poco.
Una volta, avevo dieci anni, giocavamo insieme a scacchi. Mossa dopo mossa lo costrinsi in difesa, finché gli rimase solo una mossa, prima dello scaccomatto inevitabile e conclusivo. Ma lui non poteva perdere. Chiese, quindi, un tempo di riflessione, tempo che si sarebbe prolungato fino ad oggi, se non mi fossi arrabbiato e allontanato, lasciandolo solo con la sua scacchiera. Sì, così trat-tavo il povero nonno, abituato a vincere e a comandare.
Un’altra volta mi chiese di prendergli dalla biblioteca un volu-me dell’enciclopedia Brockhaus. Seccato di dovermi chinare per prendere uno di questi pesanti tomi, gli dissi: “Nella nostra fami-glia, se uno vuole una cosa, se la deve prendere da solo” . Questa frase non me la perdonava e me la rinfacciava ogni qualvolta gli facevo qualche sgarbo. Ma gli volevo molto bene e così lui a me.
Rifiutato dal governo svizzero non si arrese e, ormai libero da ogni ideologia, si “riconvertì”, e dalle sue simpatie per i sangui-nari fascistoidi Somoza ritornò ad offrire i suoi servigi al mite proletariato.
Entrò, non so come, forse attraverso un provvidenziale incontro in un albergo di lusso con un povero sindacalista della CGIL, in contatto col governo social-comunista di una potenza mondiale, la Serenissima Repubblica di San Marino.
Nel 1946, in occasione di vacanze con la mia famiglia a Ric-cione, incontrammo il nonno nella sua nuova “patria” sul monte Titano, e mi ricordo ancora del signor Gino Giacomini , allora ministro degli esteri, e di suo figlio Remo.
Fu allora che iniziò l’ascesa folgorante di un nuovo astro della diplomazia mondiale. Nominato Console Generale di San Marino in Liechtenstein, un’altra grande potenza, nonno Boris fu inviato nella capitale Vaduz, dove fondò diverse società di “irresponsabi-lità” illimitata.
Qualche anno dopo divenne finalmente ambasciatore presso le Nazioni Unite a Ginevra. Così poteva presenziare a tutti i ricevi-menti. Fu anche invitato all’incoronazione della Regina Elisabetta, e siccome nelle assemblee e ai banchetti i rappresentanti degli Sta-ti sono seduti rigidamente secondo l’ordine alfabetico, gli toccava spesso mangiare accanto ai “grandi” della terra.
Due volte all’anno indossava l’uniforme di gala di Gran Uffi-ciale e presenziava a San Marino all’investitura dei nuovi Capitani reggenti.
Tutto questo bazar gli procurava però anche notevoli guadagni. La vita nei grandi alberghi gli permetteva di conoscere nuovi ric-chi in cerca di un titolo nobiliare e anime frustrate, assetate di de-corazioni. Guadagni che San Marino, l’unica vera democrazia co-munista che sia mai esistita, chiudendo un occhio sui suoi principi marxisti-leninisti, gli concedeva ben volentieri. Rinverdiva così contemporaneamente le casse vuote della Serenissima Repubblica, boicottate dalla vicina Italia democristiana.
In famiglia non aveva la vita facile: mentre nonna Mara lo tar-tassava con i suoi “ujes”, il resto della famiglia derideva tutto ciò che faceva, ad eccezione dei suoi soldi.
Nonno Boris sapeva però anche ridere di se stesso, una virtù ebraica che sta scomparendo nella misura con cui cresce il potere ebraico nel mondo.
Una volta l’ambasciata della Cina popolare regalò a mio padre una spilla di bassa lega, smaltata con l’effigie di Mao Tse Tung. La mandammo a nonno Boris, accompagnata da una pergamena che lo nominava “Gran cavaliere di terza classe del Dragone ros-so”. Non ci cascò, e ce la rispedì con due righe: “Con questi miseri bottoni, non mi rompete i coglioni” . Lasciò nel suo testamento tutto il suo guardaroba di ambasciatore e le sue decorazioni al tea-tro nazionale Habimah di Tel-Aviv.
Peccato per quei cimeli! Megalomane come lui, cominciai, all’età di 62 anni, a scrivere opere teatrali, produrle, far da regista, scenografo e attore e avrei potuto usare le sue uniformi per i miei cosacchi e le decorazioni per il ricco Yankele nel mio Musical “I-srael, dove vai” .
Nel 1966 nonno Boris morì nell’ospedale Sant’Anna di Luga-no. Ero presente durante la sua agonia. Mentre gli tenevo la mano, sussurrò: “Tu sei il più felice!”. Non so che cosa volesse dire. For-se si riferiva al mio Battesimo, al quale si era così ferocemente opposto, o forse al male e alle divisioni che avrebbe creato in famiglia il suo denaro . Nel suo portamonete trovammo due me-daglie: una piccola medaglia di Maria Immacolata di la Salette, e un’altra di un mago .
Tutta la famiglia, profondamente disunita, si era ritrovata a Lu-gano per il funerale. Mio padre s’incaricò di ordinare l’avviso mortuario. Quando la tipografia lo consegnò vi aveva stampato, per un errore loro o di mio padre, la Croce. Per me, che avevo ap-pena ricevuto il Battesimo, non si trattava di un errore, ma di un segno d’amore del Signore: aveva accolto mio nonno. Con grande disappunto di mio padre si dovette ristampare tutto.

Nonna Mara

Una personalità diametralmente opposta a quella del nonno era Mara Washavski, mia nonna. Lui, estroverso, sciorinava tutto il giorno, fino alla nausea nostra, ma purtroppo non sua, barzellette ebraiche. Con l’avanzare dell’età raccontava sempre le stesse; al-cune erano anche assai sporche. Lei, invece, non si divertiva mai. Non l’ho mai vista ridere; con noi era premurosa , ma non gioca-va mai.
Sospetto però che anch’essa doveva essere stata in gioventù una ragazza piena di vitalità e che fu un matrimonio infelice a ren-derla così amara.
Aveva lasciato Mosca perché un numero chiuso impediva a quasi tutti gli ebrei di frequentare le università russe . Il fatto che si trasferì da sola a Berna per studiare medicina era, per una ragaz-za ebrea, un fatto eccezionale, ma lo era anche per la Svizzera; mia nonna fu la prima donna che si laureò in chirurgia all’Università di Berna. Parlava spesso del suo professore Ko-cher , un luminare della facoltà di Medicina e Premio Nobel.
Girava per Berna, pioniera anche in questo, con una di quelle prime biciclette che avevano davanti una gigantesca ruota. Forse per quel suo spirito moderno, per la sua grande cultura, forse anche per-ché proveniva da una famiglia benestante, Boris Lifschitz e tanti al-tri le facevano la corte.
La personalità stravolgente, l’intelligenza e il successo di mio nonno devono averla conquistata. Purtroppo, appena sposata ab-bandonò la medicina e si mise ad aiutarlo nel suo studio di avvo-catura. In seguito ai successi del marito lasciò anche questo lavoro e, chiudendosi in se stessa, si rifugiò nella contabilità dello studio e nell’assidua lettura di romanzi e biografie.
Le piaceva il lusso, ma non la vita pubblica che, invece, amava suo marito. Odiava la mondanità, ed era chiusa e critica verso tutto e tutti. Era molto più colta del nonno. I due vivevano, senza sepa-rarsi, in due mondi.
Quando la conobbi era una donna profondamente triste.
Mi ricordo le serate passate con lei – il nonno era quasi sempre indaffarato fuori casa – durante gli ultimi anni della guerra mon-diale, davanti ad una immensa carta geografica dell’Europa orien-tale. Il fronte vi era tracciato con bandierine nere e bianche. Le ne-re segnavano naturalmente le posizioni naziste, le bianche l’armata rossa. Ogni sera ascoltavamo ansiosi Radio Mosca e con gioia cre-scente le sconfitte della Germania. Io avevo il permesso di sposta-re le bandierine.
Quando l’Unione Sovietica riconquistava una città si udivano, secondo l’importanza del luogo, tre, sei, nove o dodici colpi di cannone, accompagnati dall’inno nazionale.
Mentre quasi tutta la famiglia del nonno era emigrata già molto prima in Svizzera, Francia, Argentina e Cile, la nonna perdette in Russia fratelli e molti parenti, uccisi dai nazisti o morti sul fronte. Anche questo era un motivo della sua amarezza: Mara, che signi-fica amarezza, era anche il suo nome. Odiava i tedeschi a tal punto che non li nominava mai; li chiamava semplicemente “lupi man-nari”.
Nel 1949 mio cugino Sandro morì a tre anni a causa dell’acetonemia. Nonna Mara si rifiutò di seguire il feretro al cimi-tero, e io dovetti rimanere a casa della zia Mina per starle vicino. Quando il carro funebre sotto casa si mise in marcia, la nonna si alzò, andò alla finestra e gridò diverse volte istericamente: “Bee-thoven! Beethoven!”. Ero già dodicenne e sapevo chi era Beetho-ven, ma non vedevo il nesso tra il piccolo Sandro e il grande genio della musica. Solo scrivendo queste memorie capisco l’origine di questa sua follia: era l’adorazione della grandezza dell’uomo-genio. Ella la sognava per sé e per la sua discendenza. Questa ido-latria le aveva fatto perdere, già da molti anni, ogni semplicità.
Aveva una sua scala di valori morali inflessibile, dalla quale ogni anche minima deviazione era imperdonabile. Purtroppo, la applicava non solo a se stessa, ma anche agli altri. Il suo rigido senso di giustizia lo aveva ereditato dai suoi antenati ultraortodos-si lituani . Non è mai stata, almeno davanti a noi, affettuosa con il marito e neanche con i suoi figli.
Anche se non se ne parlò mai, sono sicuro che il nonno, con il suo temperamento esuberante, la tradiva durante i suoi numerosi viaggi, e lei non l’avrà perdonato.
Fu sempre ostile ai traffici e alle fantasie diplomatiche del ma-rito, e per tutto questo aveva sempre la stessa parola russa: “ujes”, schifo.
Con la stessa severità non perdonò mai l’adulterio di mio pa-dre. Dopo la morte del nonno, mio padre e mia zia Mina la relega-rono in una lussuosa villa per anziani sul lago di Lugano. Fino a pochi giorni prima dalla sua morte, che avvenne in quell’asilo nel 1972, non rivolse mai più la parola a suo figlio.
Con noi era un po’ più dolce, ma sempre rigida. Se intuiva che nella nostra vita di persone ormai adulte c’era qualche cosa che ur-tava i suoi criteri morali, evitava di parlarne, ma faceva capire, ta-cendo ostentatamente, tutto il suo dissenso.
Non mi ha mai chiesto perché fossi diventato cristiano, mentre il nonno, prima di togliermi l’eredità, fece di tutto e in mille modi per dissuadermi dal compiere questo passo.
La ritrassi nel 1965 in un albergo di Montreux.
Ne traspare tutta l’amarezza di una donna intelligente e vivace che è stata mummificata da una storia rivelatasi il contrario dei suoi sogni di gioventù.

Il nonno ignoto

Non l’ho mai conosciuto. So solo che si chiamava Maurice Charles Solomons . Né ho mai sentito mia madre pronunciare il nome di suo padre. So anche che era un ebreo inglese di discen-denza sefaradita . Aveva sposato mia nonna Alice, che proveniva da una famiglia ebraica svizzera di Basilea. Se la portò a Londra, dove nacquero tre figlie: Ruth, Rita e Felicia Benita, mia madre.
Mia madre mi raccontò che, quando lei aveva tre anni, la gioielleria di suo padre fu rapinata. Fallito, egli fuggì le sue re-sponsabilità familiari ed emigrò negli Stati Uniti, dove si perdette-ro le sue tracce. Se la storia è vera, avrò certamente altri familiari negli USA.

La nonna Alice

Morì nel 1940 di cancro allo stomaco. Ero piccolo e non ne ho alcun ricordo.
Mia madre, non avendo avuto padre, la idolatrava e me ne par-lava spesso.
Vidi sempre la sua foto al centro della sua stanza da letto, della quale aveva fatto un “santuario di fotografie”.
Alice Heimann era figlia di un ebreo svizzero, di origine alsa-ziane, moderatamente ortodosso; aveva un negozio di scarpe a Ba-silea. Lasciando il commercio al figlio Richard, si trasferì a Bero-muenster nel cantone Lucerna, l’unico ebreo in una cittadina anti-ca, cattolicissima, dominata da una storica Abbazia .
Quando Mr. Solomons si dileguò in America, mia nonna, rima-sta sola con tre figlie piccole, trovò rifugio nella casa dei suoi ge-nitori. So che dopo la morte del padre si trasferì sul lago di Luga-no, dove aprì una pensione kasher per fanciulle israelite.
Quando, dopo l’ascesa di Hitler al potere, il numero delle pen-sionanti diminuì drasticamente, dovette chiuderla.
Negli ultimi due anni della sua vita venne ad abitare da noi a Losanna. Per mantenere una sua indipendenza e dignità di fronte alla consuocera Mara, che amava comandare, confezionava e ven-deva stupendi vestitini per bambini e tovaglie ricamate, che sua fi-glia maggiore Ruth le mandava dalla Romania.
Anch’io ebbi il privilegio di esserne vestito, il che mi differen-ziava ancora di più dagli altri bambini svizzeri. Una buona parte dei vestitini si trovano ancora nell’armadio di mia moglie Angela.
Quando la nonna Alice morì, venne sepolta nel cimitero israeli-tico di Prilly, vicino a Losanna; lì la sua tomba si distingue ancora oggi da tutte le altre.
Nei cimiteri ebraici non esistono sculture, ma semplici stele di pietra, sulle quali viene scritto il nome del defunto. Anche le basi delle stele sono di pietra e nessun fiore viene deposto su di esse. Chi visita una tomba, vi depone solo una pietruzza bianca, segno della speranza nella risurrezione.
Mia madre, invece, fece fare dallo scultore svizzero Koenig un’alta scultura in calcare bianco di un angelo che ha le sue sem-bianze: è lei che, come una specie di angelo custode, vigila sulla tomba di sua mamma. Come ottenne il permesso dalla comunità israelitica di collocare questa statua nel cimitero ebraico è per me un mistero. È anche l’unica tomba del cimitero piena di fiori. Al-meno lo era fino alla morte di mia madre, nel 2003.


Papà

Dal ritratto che ho abbozzato dei nonni, si capisce che mio padre ha avuto un infanzia frustrante e infelice. Non me ne parlò mai .
Non so nulla della sua infanzia, e solo qualcosa, poco, della sua adolescenza e della sua vita prima della mia nascita.
Materialmente non mancava ovviamente di niente. Gli veniva-no offerte lussuose vacanze, viaggi, più tardi una macchina, lezio-ni particolari di musica ecc.
Parlava fluentemente il tedesco, il russo , l’inglese e il france-se. Il suo italiano, per non parlare dello spagnolo, faceva pena.
Crebbe senza la minima educazione religiosa e, fino alla sua morte, almeno apparentemente sfuggiva ad ogni pensiero metafi-sico come ad un assurdo che liquidava con qualche banale o cinica battuta .
Raccontava volentieri qualche episodio dei suoi bagordi stu-denteschi .
So che suonava il banjo in una banda di commilitoni. A casa, invece, piuttosto mediocremente, il pianoforte.
Da giovane scriveva poesie e novelle, e sembra che fosse ve-ramente dotato.
Mi parlò di una sua elegia sul bombardamento della cattedrale di Rheims durante la prima guerra mondiale. Si intitolava “La ca-thédrale engloutie”, ma non me la lesse mai.
Un suo compagno di scuola, e forse suo unico amico di gioven-tù, che più tardi diventò sacerdote, mi raccontò che questa poesia era stata all’origine della sua vocazione presbiterale.
Quando lo conobbi, aveva ormai abbandonato i suoi sogni let-terari. La sua apparente indifferenza verso tutto era forse dovuta ad un momento decisivo della sua vita, nel quale tradì, se mai l’avesse avuta, la sua vocazione di scrittore .
Quello che segue non mi è stato mai raccontato, ma l’ho quasi tutto dedotto da atteggiamenti e lettere dei miei genitori. Penso che si avvicini abbastanza alla realtà.
Mio padre aveva 21 anni quando s’innamorò di mia madre, una donna di rara bellezza, attrice mediocre e violinista assai dotata, ma senza successo.
La corteggiava, certamente per amore, ma anche per sfidare i suoi genitori. Essi, che temevano un’eventuale carriera di letterato del figlio, erano totalmente contrari a questa sua relazione con una donna che aveva 6 anni più di lui, frequentava ambienti di artisti, era ancora sposata con un ufficiale dell’esercito svizzero, non era ancora divorziata e, per giunta, di famiglia poverissima. Credo che agli occhi di mia nonna l’unico pregio di mia madre fosse quello di essere ebrea.
Il nonno voleva che il figlio seguisse le sue orme, diventasse avvocato, e lo aspettava al varco. Lui era il più forte, perché aveva nella sua faretra una freccia micidiale: il denaro. Il momento op-portuno arrivò quando mia madre si accorse di essere incinta di mio fratello Ruben. Il nonno scoccò l’ultimatum: “O lasci questa donna, o non vedi più un soldo!”. Avrà senz’altro consigliato an-che l’aborto, visto che ne era un convinto attivista politico . Mio padre, troppo giovane e immaturo per affrontare la vita, era scon-volto dalla prospettiva di lasciare la compagna, ma altrettanto di affrontare con una famiglia una vita di stenti e rinunce. Decise di lasciare l’amante incinta, la quale si rifugiò in Ticino nel pensio-nato di sua madre, mia nonna Alice. Aveva sacrificato l’amore ai soldi. Infatti, non era stato educato ad altro.
Ma l’innamoramento per mia madre non lo lasciava tranquillo, e neanche la cattiva coscienza per il figlio che cresceva nelle sue viscere. Cominciò, di nascosto dai nonni, a visitarla e a mandarle, quando poteva, degli alimenti.
Poco dopo la nascita di Ruben mia madre si accorse di aspetta-re un secondo figlio. Non sentendosi sicura dell’affetto di mio pa-dre, abortì.
Un anno dopo il divorzio di mia madre, mio padre, all’insaputa dei suoi genitori, si sposò civilmente con lei a Londra.
Poco tempo dopo il matrimonio, mio padre si arrese alle lusin-ghe del denaro, cedette, e accettò il compromesso proposto dal nonno: “Rinuncia definitivamente al tuo sogno di diventare scrit-tore e iscriviti alla facoltà di giurisprudenza!”.
Così mio padre divenne avvocato. Il nonno aveva vinto la sua battaglia.
Papà aveva certamente notato che la sua resa al ricatto paterno era ben vista e appoggiata anche da sua moglie, la quale era più in-teressata ad avere finalmente la sicurezza di una vita agiata e so-cialmente rispettabile, piuttosto che affrontare un futuro incerto, soffrendo la fame con un giovane scrittore sconosciuto.
Forse papà sperava di poter contare nella lotta contro i genitori sul sostegno della sua compagna. Vederla invece appoggiare il suo ricco padre piuttosto che il marito, deve aver provocato una ferita che si trasformò con il tempo in una piaga.
In lui deve essersi spezzato qualche cosa. Smise di scrivere, si dimise da presidente di un importante associazione culturale di Berna, e non vi mise mai più piede .
Leggeva molto, suonava ogni tanto il pianoforte, andava all’o-pera, visitava musei, sciava, giocava con me a scacchi e a tennis, ma tutto questo con distacco, senza vera passione.
Dopo la laurea non dovette cercare lavoro, trovò tutto pronto. Il nonno gli offrì un impiego nel suo ufficiò e uno stipendio di 1500 franchi al mese – il che, a quei tempi, era una bella somma.
Mia madre, forse perché aveva partorito e allevato mio fratel-lo prima del matrimonio in una situazione di precarietà, forse per-ché aveva perso la speranza di diventare la moglie di un famoso scrittore, riversò tutte le sue frustrazioni di violinista e attrice falli-ta su mio fratello: doveva diventare lui, al posto suo, un grande ar-tista .
Con la mia nascita la famiglia si divise lentamente e progressi-vamente in due nuclei. Da una parte mia madre con Ruben, dall’altra io e papà. “Con” è una congiunzione molto più forte del-la semplice “e”. Le uso proprio per sottolineare la differenza tra i due rapporti: papà poteva benissimo vivere senza di me; mia ma-dre, senza Ruben, no.

Ruben

Mia madre mi voleva bene, ma Ruben l’amava. Loro due erano il mondo degli artisti; papà ed io, il mondo degli affari, gente co-mune.
Papà, per vigliaccheria, evitava a casa ogni scontro e litigio. Io gli portavo rancore, perché non mi difendeva mai di fronte alle spesso sfacciate preferenze di mia madre per Ruben e alle prese in giro del loro “clan”.
Purtroppo, soprattutto durante l’infanzia e la giovinezza, il rap-porto con mio fratello fu quasi inesistente. Da piccoli dividevamo a Losanna la stessa stanza. Ruben era il re di Danimarca, io dove-vo accontentarmi di essere il duca del Liechtenstein. Ci facevamo visite di Stato da un letto all’altro.
A Berna frequentavamo scuole diverse e non mi lasciò mai en-trare nel cerchio d’intimità che lo legava a mia madre, né in quello dei suoi amici .

Barriere

Il pianoforte per me era naturalmente “tabù”, non osavo nean-che toccarlo. Mia madre, decisa a sviluppare anche il mio talento musicale, mi assegnò, senza chiedermi, il violoncello. Io però a-vrei voluto suonare il pianoforte, perché ad esso era legato l’affetto materno . Dopo un anno di lezioni inutili, dovette arren-dersi. Non mi impegnavo e sembravo negato per la musica .
Un giorno, tornando stanco dalla vendita di gelati al Gran Pre-mio di Formula Uno di Berna , mi trovai davanti mio fratello, tra-vestito da gelataio; imitandomi, gridava: “Gelati! Gelati!”
Mia madre assisteva alla scena e si divertiva.
Fare un lavoro umile per guadagnarsi qualche soldo veniva con-siderato una cosa ridicola. Mai rimproverato dai genitori, adulato ed economicamente sostenuto in tutto dai nonni , Ruben sviluppò una tale arroganza e senso di superiorità che gli rovinò la carriera . Do-po alcuni anni di concerti, con l’incorraggiamento di Alfred Cortot, Claudio Arrau e Nikita Magaloff, ma sotto la continua minaccia di fare bella figura davanti alla mamma e non riuscendo a relazionarsi con il mondo che ruota attorno ai concerti (impresari, contratti, col-leghi, direttori d’orchestra, bidelli ecc), abdicò e smise per molti an-ni di suonare.
Quando mio padre, che amministrava l’eredità, gli negò ogni sussidio – malvagio, ma benefico rifiuto – riprese il suo mestiere e divenne un vero maestro nell’accompagnamento del “Lied”, inse-gnando all’Opera di Parigi, a Royaumont, ai Conservatori di Lione e Ginevra.
Quando assistevo a qualche suo concerto si scatenavano in me due anime: una che lo ammirava e partecipava al suo successo, e un’altra che sperava che facesse brutta figura e sbagliasse delle note.
Per quasi tutto l’arco della vita la nostra relazione ha oscillato tra un mio desiderio di amicizia fraterna, e una sua apparente, qua-si costante indifferenza per tutto ciò che mi riguardava e mi era ca-ro. Il suo totale disinteresse per me e i miei figli e un suo odio, a mio avviso mai sublimato, contro il fratello rivale , hanno prodot-to una conflittualità latente e la rottura, spero non definitiva, delle nostre relazioni.

Sempre meno papà

In molte cose papà mi era vicino: mi ricordo il “Viaggio intor-no alla terra in ottanta giorni”, che mi leggeva prima che mi ad-dormentassi; mi aiutava nella mia passione precoce per il colle-zionismo ad incollare in un album triangoli di formaggini; a stac-care francobolli dalle buste che arrivavano da molti paesi nel suo ufficio; andava con me di domenica allo stadio, mi accompagnava con la sua Studebaker a visitare commercianti e collezionisti di monete; mi portava all’opera, al museo, al tennis, giocava con me a scacchi . Ma, in fondo, sentivo di non poter contare su di lui.
Una brutta faccenda durante le nostre vacanze in Bretagna me ne diede conferma.
Avevo undici anni, e pochi giorni prima della nostra partenza dall’albergo “Cité de Douardenai”, il direttore, un pedofilo, cercò di molestarmi. Io fuggii e lo dissi a mio padre. Non fece nulla. Per evitare uno scandalo non mi difese e tacque.
Papà avvertì sempre di più che il vero marito di mia madre era Ruben, e si rifugiò nel suo lavoro. Divenne anche lui un avvocato di successo, non come il nonno nel campo del diritto penale, ma in quello internazionale . Gli mancava il brio e il coraggio del non-no, la passione per le cause disperate, ma era molto più corretto di lui, non scostandosi mai dalla deontologia del perfetto avvocato. Quando cominciò anche lui a guadagnare bene, fece di tutto per allontanare i nonni da Berna. Gli fu, quindi, molto gradito il falli-mento “diplomatico” del padre e soprattutto l’accusa di concor-renza illecita, con la quale la Camera degli Avvocati di Berna mi-nacciava di espellerlo dall’albo. Nonno Boris, che allora aveva sessantasette anni, dovette ritirarsi e visse con la moglie gli ultimi vent’anni della sua vita da “ebreo errante”, vagando e “vacanzan-do” da un albergo di lusso all’altro.

Vacanze con i nonni

Nei tempi di vacanza i nonni ci invitavano nei loro alberghi, e così potevo osservare da vicino quella vita oziosa ed odiosa, fatta di servilità, lusso, mondanità e pettegolezzi. Conobbi personal-mente, o vedendoli mangiare al tavolo accanto, tante “personali-tà”. Ne cito solo alcune:
- Nahum Goldmann , amico di mio nonno, che discuteva nell’albergo “Buergenstock” , vicino a Lucerna, con Konrad Ade-nauer sulle riparazioni che la Germania avrebbe pagato allo Stato d’Israele e agli scampati dai campi di sterminio;
- Emil Ludwig, nell’albergo Splendide di Lugano , un noto scrittore di romanzi storici; si affezionò a me e mi regalò “Robin-son Crusoe” di Daniel Defoe con la dedica : “Dem Knaben mit den morgenlaendischen Blicken ”;
- L’Aga Khan, nell’Hotel Royal di Evian; era seduto al tavolo accanto al nostro, solo, un uomo tremendamente grasso . Lo ri-cordo sempre dietro ad un immenso piatto d’argento, ricolmo a mo’ di montagna, di gamberoni che inghiottiva con una voracità spaventosa .

Manie di grandezza

Quando i nonni decisero di lasciare Berna, i miei genitori non vollero prendere possesso della loro un po’ cupa ma bellissima vil-la ; fu venduta.
Fu venduto anche l’immobile al centro di Berna dove si trova-va l’ufficio di mio nonno. Sembra che mio padre volesse distrug-gere ogni ricordo legato al padre.
Per rispetto al suo nuovo “status” – adesso era lui il proprieta-rio dello studio legale – dovette prendere in affitto uno nuovo uffi-cio in centro e una grandiosa residenza che potesse contenere il mobilio e i quadri della villa dei nonni .
Questo passo verso la mondanità, caldamente incoraggiato da mia madre, preparò il fallimento definitivo del matrimonio.
Nella nuova villa si potevano dare ricevimenti e così cominciò una serie continua di inviti e concerti. Ricordo il passaggio di Claudio Arrau , del ballerino Harald Kreutzberg , di diversi can-tanti, del pittore Martin Lauterburg, e naturalmente le serate nelle quali si esibiva Ruben.
Le stanze in quella villa erano numerose, tanto che ognuno di noi ne ottenne due: Ruben, come primogenito, le più grandi; io, le due più piccole. Invece di essere grato per avere a disposizione due stanze, una per la mia collezione archeologica e un’altra, la stanza da letto, tutta ammobiliata in stile impero, per soddisfare le mie manie napoleoniche, ero invidioso di quelle di Ruben. Ciò che mi dava più fastidio era che nella stanza attigua alle mie, separata solo da una porta, si trovava uno dei due pianoforti a coda, sul quale Ruben faceva, per ore interminabili, i suoi esercizi. Mi rin-tronano ancora nei orecchi i walzer di Chopin, che dovetti sorbire fino alla nausea. Li odiavo .

Il guastafeste

Una sera, mentre si svolgeva un concerto nel grande salotto, dove c’era l’altro Steinway a coda, mi incontrai per protesta in un bowling della città vecchia con i miei compagni del liceo per una partita, alla quale seguì un’abbondante bevuta di vino e birra, un cocktail micidiale. Ubriaco marcio tornai a casa sulla mia biciclet-ta, rischiando anche un incidente. Verso mezzanotte arrivai davan-ti al cancello della nostra villa. Sulla ghiaia del viottolo che porta-va all’ingresso, dovetti scendere e spingere la bicicletta. Non so quanto tempo impiegai per percorrere quei cinquanta metri di “sa-lita”, che in realtà erano pianeggianti. Quando entrai in casa, il ri-cevimento era in pieno svolgimento. Qualcuno cantava. Ruben ac-compagnava. Barcollai nel salotto per salutare, uno dopo l’altro, i cari ospiti. La scena era penosa: la mia vendetta, anche se non premeditata, perfetta. Si alzò mia madre e salvò la situazione so-ciale, mollandomi un sonoro e potentissimo schiaffo. Sotto l’effetto dell’alcool non sentii il minimo dolore. Avvertii però il messaggio: era ora di ritirarmi nei miei appartamenti. Prima di buttarmi sul letto mi tolsi le calze e le gettai, mi sembrava con for-za, lontano da me. “Stranamente” caddero ai miei piedi; era l’effetto dell’alcol.
Lo schiaffo di mia madre fu un gesto di cui le sono grato e le sono grato anche di come ricevette, all’indomani, i miei compagni di bagordi. Erano venuti a trovarmi per scambiare le nostre singole esperienze alcoliche. Non rimproverò nessuno, ma offrì a tutti una merenda analcolica .

Papà diventa “padre”

Nel periodo della pubertà, il mio rapporto con papà subì un trauma profondo.
Questo avvenne in modo inaspettato e mi colpì come un fulmi-ne a cielo sereno.
Papà, per i suoi molteplici appuntamenti internazionali – alme-no così ci fece credere – aveva affittato a Zurigo, il centro com-merciale della Svizzera, un ufficio dove riceveva la sua clientela internazionale.
Mia madre venne a sapere, non so da chi, che si tratta

  • Chassidim - Estasi messianica
  • L'illuminato
  • Natura morta
  • "Ora vediamo come in uno specchio"
  • Al Pianoforte
  • Natura morta

Commenti sulle opere di Daniel Lifschitz:

Spesso sono le parole il rebus da cui dipende la sorte, in fuga dentro un mondo di dolore, oppure proprio per questo finendo schiacciati da verità radicali. Tra dolore e verità, non concede nessuna possibilità l’obbligo alla scelta, quel nudo rumore di fondo che dice e disegna .

struggente opera

OPUS


commento di Opus sull'opera Natura Morta - domenica 12 luglio 2009 alle ore 01:16

ottimo uso dei pastelli

ciao da screzi


commento di Screzi sull'opera "Andiamo a morire con il nostro popolo - venerdì 17 luglio 2009 alle ore 00:02
Bellissimo stile il tuo...impalpabile...gli oggetti sembrano fatti di aria...
commento di Letizia sull'opera Natura morta - sabato 18 luglio 2009 alle ore 11:40

Da sogno....

sono estasiata

cristina


commento di Cristina De Biasio sull'opera Venezia, Isola S.Giorgio - mercoledì 22 luglio 2009 alle ore 09:04

MERAVIGLIOSO!!!!!!!!!

 


commento di Cristina De Biasio sull'opera La casa di Loreto - mercoledì 22 luglio 2009 alle ore 09:05

Cupo,inquietante, profondamente dark,SPETTACOLARE.

di una bellezza sconvolgente, questa tua opera mi ha fatta vibrare,mi  sono emozionata,e sono ancora qui che sto guardandola,

Complimenti,devi avere una sensibilità speciale,fuori dal comune,xkè i tuoi dipinti,hanno dentro qualcosa di unico e di inimitabile

cristina


commento di Cristina De Biasio sull'opera Edith Stein entra ad Auschwitz - mercoledì 22 luglio 2009 alle ore 09:12

Magico,sembra il lago uscito dai sogni,di una notte infinita e stellata,con la luna complice.


commento di Cristina De Biasio sull'opera Lago dei 4 Cantoni - mercoledì 22 luglio 2009 alle ore 09:14

Mi sono innamorata dei tuoi quadri!


commento di Cristina De Biasio sull'opera Porto in tempesta - mercoledì 22 luglio 2009 alle ore 09:15

Sei un talento!

"luce sulla parola"

ebbene io sono rimasta senza parole...guardo ammirata  e taccio,ogni parola  di fronte a un tale capolavoro sarebbe superflua.


commento di Cristina De Biasio sull'opera Luce sulla Parola - mercoledì 22 luglio 2009 alle ore 09:20

Ombre che vagano tra le ombre,buie come la solitudine che ci portiamo dentro....

Stupendo!

Mannaggia, ma posso votare i tuoi quadri solo una volta?


commento di Cristina De Biasio sull'opera Chassidim - il povero - mercoledì 22 luglio 2009 alle ore 09:26

Cara Cristina,

                       grazie dei complimenti! Dice Sant Antonio del deserto: chi ti adula (nel tuo caso complimenti) è tuo nemico (nella ricerca di Cristo). Ogni dono, di qualsiasi tipo viene da Dio.

Un abbraccio Daniele


commento di Daniel Lifschitz sull'opera Venezia, Isola S.Giorgio - mercoledì 22 luglio 2009 alle ore 11:40

splendido lavoro.


commento di Marumaru70 sull'opera Attorno alla Parola - domenica 20 settembre 2009 alle ore 14:14

 mi piacciono i tuoi paesaggi con effetto "annebbiato". molto suggestivi e carichi di mistero.


commento di Sara Stradi sull'opera Gondola - sabato 07 agosto 2010 alle ore 22:09

bellissimo


commento di stefano venturini sull'opera Cafe de Paris - lunedì 16 agosto 2010 alle ore 14:03

 che belli i tuoi lavori...... sono intrisi di una luce sacra e mistica........ è stato un piacere riscoprirli!


commento di Sara Stradi sull'opera Chassidim Attesa messianica - venerdì 21 gennaio 2011 alle ore 18:35

 ogni tua opera sembra un sogno che prende vita con i tuoi pastelli...sembra una immagine sbiadita di un ricordo remoto e nascosto nell'animo..complimenti davvero.


commento di Gijan sull'opera Crepuscolo - mercoledì 01 giugno 2011 alle ore 21:56

complimenti stupende le opere


commento di Pittore Della Strada sull'opera Natura Morta - lunedì 19 dicembre 2011 alle ore 12:11

grande grande grande


commento di Qejvani sull'opera Verso il muro - venerdì 25 maggio 2012 alle ore 09:19

 complimenti belle opere ciao


commento di Nicola Emiliano sull'opera Cafe de Paris - sabato 07 dicembre 2013 alle ore 12:38
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