Commenti sull'opera Cattredale Unica nello Spazio:

Desidero. Voglio. Pretendo di vivere in una società ed in uno stato che abbia regole laiche.

La parola laicità, in senso politico e sociale, denota la rivendicazione, da parte di un individuo o di una entità collettiva, dell'autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui.

Laico è, in questo senso, chi ritiene di poter e dovere garantire incondizionatamente la propria e l'altrui libertà di scelta e di azione, particolarmente in ambito politico, rispetto a chi, invece, ritiene di dover conciliare o sottomettere la propria e l'altrui libertà all'autorità di un'ideologia o di un credo religioso.

 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:47

Di questi tempi si fa un gran parlare di pacs, eutanasia, fecondazione medicalmente assistita e tanti altri temi definiti "eticamente sensibili". Ogni volta che si affrontano questi argomenti il rischio è di dover sentire qualcuno che ti dice: "i tuoi convincimenti etici e religiosi non possono diventare una legge dello Stato".
 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:49

 Le religioni costituite sono spesso andate al di là della loro sfera e hanno invaso l'ambito della politica. Esse sono state in passato, e sono in parte ancora oggi, un instrumentum regni. E il loro uso politico è radicato nella natura ambigua e contraddittoria dello Stato. Esso, da un lato, è la condizione della convivenza civile e della affermazione dei valori che vi sono connessi, e quindi il custode dell'ordinamento giuridico e il garante della pace sociale. Ma, dall'altro, esso si è sempre storicamente trovato a dover convivere con altri Stati e a fare i conti con disuguaglianze sociali profonde, che il processo storico ha attenuato, ma mai superato. Esso ha quindi sempre dovuto difendere con la violenza o la minaccia della violenza la convivenza civile contro i nemici esterni, esigendo spesso dai suoi sudditi - o cittadini - lo stesso sacrificio della vita, così come ha dovuto imporre ad essi l'accettazione dell'ingiustizia. Tutto ciò, unito allo stadio di sviluppo, ancora embrionale, della consapevolezza politica di gran parte del genere umano, ha fatto sì che finora lo Stato non abbia mai potuto legittimarsi, agli occhi dei suoi sudditi - o cittadini -, soltanto sulla base del lealismo fondato sulla ragione fondamentale della sua esistenza, cioè sulla consapevolezza che esso costituisce la garanzia della convivenza civile e promuove i valori che la fondano; ma abbia sempre avuto bisogno di un puntello esterno alla politica, che facesse riferimento ad altri lealismi e che gli consentisse di giustificare le sue contraddizioni. Questo puntello è stato, per un gran tratto della storia dell'umanità, la religione. Ed essa è ancora attivamente presente in questo ruolo nei paesi islamici, in Israele ed anche, sebbene in misura minore, in molti di quei paesi nei quali la maggioranza della popolazione è di fede cristiana. Lo dimostra l'onnipresenza del riferimento a Dio nella politica americana, ma anche la diffusione in molti paesi d'Europa di partiti di ispirazione cristiana e il ruolo che ancora gioca la religione nella ritualità delle grandi monarchie europee.
Soltanto nel cuore dell'Europa, attraverso un lento processo iniziato in Francia nel Cinquecento e culminato con la rivoluzione francese, lo Stato è riuscito ad emanciparsi dalla religione. Grazie alla rivoluzione francese è nato, con la cittadinanza, un nuovo sentimento di appartenenza (anche se esso era stato anticipato, nell'antichità, in Grecia e a Roma), che lo Stato ha fatto prevalere nei confronti dell'appartenenza confessionale. Alla religione è stato assegnato il ruolo non politico che le compete. E' in questo modo che è venuto faticosamente emergendo lo Stato laico, che ha imposto ai suoi cittadini, seppure con importanti limitazioni, un lealismo primario di natura soltanto politica, che è la garanzia esplicita del rispetto reciproco, dell'uguaglianza di tutti di fronte alla legge e del riconoscimento del valore della giustizia sociale. La sua logica è quella di relegare tutti gli altri lealismi al ruolo di lealismi secondari, nei quali ciascuno può riconoscersi soltanto nella misura in cui essi non confliggono con la cittadinanza.
 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:50

L'emancipazione, anche se imperfetta, dello Stato dalla religione è stata una delle grandi tappe della cultura politica europea. Ma per questo non si deve dimenticare che con la creazione dello Stato moderno e, poi, con la rivoluzione francese, non sono venute a cadere le ragioni che avevano reso impossibile l'emancipazione dello Stato da qualsiasi legittimazione di natura non politica. Per questo, dopo la liberazione, anche se parziale, dello Stato dalla religione, il ruolo di quest'ultima è stato assunto da un nuovo lealismo - peraltro in larga misura artificiale - nei confronti di una supposta comunità atavica, tenuta insieme da vincoli di sangue o da una comune cultura radicata in una storia millenaria, che darebbero una sua specifica identità al popolo che li condivide. La religione è stata così in parte sostituita dall'idea di nazione, che ha avuto nella storia una funzione insieme altrettanto nefasta e altrettanto indispensabile. L'idea di nazione ha introdotto così un grave elemento di corruzione nella concezione dello Stato laico, che viene misurato dalla circostanza che, a partire dalla Rivoluzione francese, quelli di cittadinanza e di nazionalità sono stati considerati, nell'uso comune, come due termini intercambiabili.
Per questo è necessario andare al di là del problema della laicità dello Stato ed allargare la riflessione a quello più generale dell'emancipazione dello Stato e della politica non soltanto dalla religione, ma da qualsiasi altro condizionamento esterno, quale che ne sia la natura, e quindi a quello della completa liberazione dell'idea di cittadinanza, come lealismo fondato su valori di natura esclusivamente politica, da ogni altro lealismo.

 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:51

Bisogna aggiungere peraltro che la religione, e più in generale i lealismi originariamente estranei alla politica, svolgono non soltanto la funzione di strumenti del potere ma anche quella, apparentemente antitetica, di fattori di corrosione dello Stato. Ciò è particolarmente evidente nella fase storica attuale in cui, sotto l'effetto della globalizzazione e dei fenomeni migratori che l'accompagnano, lo Stato tende ad indebolirsi, dando luogo alla nascita di fedeltà comunitarie in competizione con la cittadinanza, che la frammentano, mettono in discussione il valore dell'uguaglianza di tutti di fronte alla legge, impediscono il dibattito politico confinando le diverse parti in cui si divide la società in ghetti isolati e senza comunicazione gli uni con gli altri e quindi interrompono il circuito del consenso che lega il potere ai cittadini. Si tratta di un fenomeno presente sia in Europa che negli Stati Uniti, e che va sotto il nome di multiculturalismo.

 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:52

Si deve sottolineare che l'esistenza all'interno dello Stato di lealismi, o di sentimenti di identificazione di gruppo, di natura originariamente non politica, ma che assumono rilevanza pubblica e che prevalgono sulla cittadinanza - cioè su di un sentimento di appartenenza fondato esclusivamente sulla fedeltà alla costituzione e sulla condivisione dei valori che fondano la convivenza nel suo quadro - sono in contraddizione con la natura stessa dello Stato. Essi ne inquinano la natura nei regimi che se ne servono e ne minano la consistenza laddove si pongono in concorrenza con il lealismo che fonda la comunità dei cittadini. Il primato della cittadinanza su ogni altro vincolo è quindi un requisito essenziale dello Stato nel senso compiuto del termine. Ciò significa che uno Stato la cui autonomia viene messa in discussione dall'esistenza di altri lealismi di cui esso si serve per legittimarsi o che comunque entrano in concorrenza con la cittadinanza è comunque uno Stato incompleto. E questo spiega l'importanza della laicità, che pure non è che una tappa nel processo di liberazione della politica da ogni vincolo esterno, nel concetto francese della statualità. Questa affermazione deve peraltro essere fatta nella piena consapevolezza del carattere di concetto-limite delle idee di Stato e cittadinanza e quindi della natura tendenziale della loro affermazione. Se è vero infatti che l'essenza profonda della statualità è incompatibile con la necessità in cui lo Stato si è sempre trovato di difendere la convivenza contro la minaccia proveniente da altri Stati e con quella di giustificare l'ingiustizia, ne consegue che lo Stato, nel significato pieno del termine, si può realizzare compiutamente soltanto una volta che siano state superate la divisione del mondo in Stati sovrani e le più gravi tra le disuguaglianze che separano tra loro le classi, i ceti e le nazioni. Ciò significa che la realizzazione piena dello Stato e della cittadinanza potrà avvenire soltanto nel quadro di uno Stato federale mondiale che abbia saputo ricondurre le disuguaglianze sociali entro limiti compatibili con il sentimento di una comune appartenenza. Il che evidentemente non toglie che il progressivo radicamento dell'idea di cittadinanza - pur nei limiti che lo hanno storicamente frenato - costituisca una leva essenziale per l'ulteriore realizzazione della pienezza della statualità.
 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:53

Da quanto si è detto discende che l'autonomia dello Stato - e quindi la laicità come sua componente - non può essere concepita come una sorta di neutralità passiva, che si limiti a consentire la convivenza, all'insegna della tolleranza, tra comunità che si ispirano nei loro comportamenti collettivi a valori primari radicalmente diversi. Se così fosse, i valori, anche quelli che costituiscono il fondamento della convivenza civile, sarebbero un patrimonio esclusivo di comunità non politiche, diverse dalla comunità dei cittadini, e la cittadinanza sarebbe un'appartenenza priva di contenuto. Lo Stato sarebbe soltanto un freddo organo di mediazione, che risolve i conflitti tra valori che gli sono estranei in nome di una astratta imparzialità. Ma in realtà è vero il contrario. La convivenza civile si fonda sui valori primari della libertà, dell'uguaglianza e della giustizia sociale e lo Stato può superare i conflitti tra le comunità in cui si articola la società soltanto in quanto esso sia l'espressione di valori che i cittadini riconoscono come superiori a tutti gli altri.
Si noti che questo problema emerge spesso in rapporto alla definizione dell'obiettivo della fondazione della Federazione europea. Questa viene vista correttamente come qualcosa che trascende le nazioni. Ma le nazioni, e gli Stati nazionali che ne sono l'espressione istituzionale, vengono spesso percepiti come i custodi e i punti di riferimento dei principi fondamentali della convivenza, come il compendio di tutti i valori che danno un senso alla vita quotidiana dei cittadini attraverso l'unità di lingua, di costumi, di tradizioni, ecc.: mentre la comunità che dovrebbe riunirle in un quadro politico e giuridico più vasto troverebbe la sua ragion d'essere soltanto nella necessità di assicurare la loro coesistenza nel quadro di un unico ordinamento. Numerosi dibattiti che hanno avuto come oggetto il problema dell'esistenza o della non esistenza di un popolo europeo hanno fatto emergere l'idea che nessuna istituzione che nell'una o nell'altra forma fosse in grado di realizzare l'unione politica dell'Europa potrebbe dar corpo ai valori che danno calore alla vita sociale e vitalità al dibattito politico. Le istituzioni europee, quale che sia, o sia per essere, la loro natura, sarebbero quindi condannate ad essere una sorta di fredda sovrastruttura, un puro potere arbitrale privo di connotazioni di valore, che non sarebbe il punto di riferimento di alcun lealismo ed avrebbe soltanto la funzione puramente tecnica di risolvere problemi specifici comuni alle comunità che ne fanno parte. Di fatto la conclusione cui si giunge in questo modo è che quello della Federazione europea è semplicemente un obiettivo impossibile, oppure che la Federazione europea sarà destinata a rimanere un quasi-Stato, uno Stato senza popolo, senza anima e quindi senza potere.
Ma ciò significa rendere equivoci i termini del problema. In realtà non vi può essere Stato senza popolo, né vi può essere popolo senza una generale condivisione dei valori fondamentali della convivenza civile. E' vero che è possibile che l'Europa non si faccia. Ma è anche vero che ormai gli Stati nazionali hanno cessato di essere i punti di riferimento di quei valori. E' quindi un dato di fatto che, se non si farà l'Europa, i popoli europei saranno condannati alla dissoluzione e alla perdita di identità nell'anarchia. Ma l'Europa si farà soltanto se nascerà un popolo europeo e quindi uno Stato federale che ne sarà l'espressione. E i valori che lo fonderanno si riassumeranno, almeno in tendenza, nella sua capacità di catalizzare il consenso dei cittadini non già attraverso il ricorso a forme di legittimazione esterne alla politica, come la religione o la nazione, ma attraverso l'affermazione di una forma superiore di convivenza, indipendente - anche se con le limitazioni che abbiamo visto - da ogni altro lealismo.
Ciò dà di per sé una risposta alla richiesta avanzata da più parti di menzionare, nel preambolo della «Costituzione» europea, le radici cristiane dell'Europa tra i fondamenti della sua identità. E' un dato di fatto che il Cristianesimo ha avuto un ruolo essenziale nella formazione della civiltà e della società europee, e che una versione aperta del Cristianesimo, inteso come amore del prossimo e come disponibilità al dialogo, è ancora importante nei rapporti privati come antidoto contro il dilagare del darwinismo sociale, la disumanizzazione dei rapporti economici e l'indebolimento della solidarietà. Ma è anche un dato di fatto che l'Europa nascerà all'insegna dell'allargamento degli orizzonti e del superamento delle barriere tra le culture. Così come è un dato di fatto che il modello europeo dello Stato è nato come emancipazione dalla religione e che la Federazione europea è chiamata a far avanzare questo modello, sottolineandone la laicità e mettendo in rilievo il valore dell'uguaglianza tra i cittadini, nel rispetto della costituzione e delle leggi, quale che sia la loro appartenenza religiosa. Qualunque documento che si proponga di definire l'identità dell'Europa deve quindi mettere in rilievo il carattere rigorosamente laico del potere politico come condizione dell'uguaglianza tra i cittadini.

 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:54

L'indipendenza dello Stato, di cui la laicità costituisce un aspetto, è quindi un atteggiamento attivo, il cui compito è quello di abbattere gli steccati che dividono la società creando spazi pubblici nei quali i cittadini trovino un terreno comune di discussione e contraggano la consuetudine non certo di limitarsi a tollerare le differenze che li separano, ma di confrontare le rispettive convinzioni e di esercitare la reciproca solidarietà. Se ciò non accade, il solo strumento al quale lo Stato può ricorrere per far coesistere concezioni incompatibili della convivenza civile non può che essere quello di tentare di isolare l'una dall'altra le comunità che a queste diverse concezioni si ispirano. Ma questo isolamento, oltre ad essere la negazione del pluralismo, in quanto giustappone culture incompatibili e insieme fortemente omogenee al loro interno, è impraticabile, perché i confini tra le comunità restano inevitabilmente porosi, e il tentativo di isolarle non fa che alimentare il risentimento e la violenza. Non si deve quindi avere paura di riconoscere che la pura e semplice tolleranza del potere nei confronti delle differenze religiose e culturali porta alla ghettizzazione della società e alla disgregazione del popolo, con le inevitabili esplosioni di violenza che ne conseguono. Allarmanti manifestazioni di questa tendenza si sono ormai ampiamente fatte strada nel paesi anglosassoni. In realtà, il vero problema dello Stato, di fronte alla realtà del multiculturalismo, deve essere quello di farsi guidare dall'idea di un'unica grande comunità di comunicazione, nella quale tutti i cittadini parlino lo stesso linguaggio - anche se non la stessa lingua -, siano legati alla costituzione e ai suoi valori dalla stessa lealtà e sentano di formare un unico popolo, unito da vincoli assai più forti di tutti quelli che fondano la sua articolazione in comunità di altra natura: e nella quale le stesse differenze tra le religioni si stemperino nell'idea di un'unica religione universale della moralità, confinando ad una sfera secondaria le specificità dogmatiche e rituali delle religioni storiche. Lo Stato non deve quindi fermarsi alla tolleranza, ma deve attivamente perseguire l'ideale dell'integrazione.
La politica dell'integrazione comporta, da un lato, il divieto di alcuni comportamenti che violano principi fondamentali della convivenza civile (per esempio la poligamia, l'infibulazione o altre pratiche lesive della dignità umana) e, dall'altro, la regolamentazione di spazi pubblici (scuole, ospedali, tribunali, uffici statali) nei quali l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sia rigorosamente tutelata e la ghettizzazione sia bandita. Quest'ultimo orientamento implica la fiducia nel fatto che la frequentazione reciproca tende a cancellare le differenze che non siano secondarie (quali lo sono espressioni diverse di comportamenti ispirati agli stessi valori o comportamenti ispirati a valori percepiti come relativi e non assoluti) o individuali (che vengono anzi esaltate in quanto non sono cancellate nella artificiale uniformità dei comportamenti dei membri della stessa comunità).

 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:54

Tutto ciò non significa evidentemente che il pluralismo non sia una connotazione importante di una società aperta. Ma è essenziale che esso rimanga compatibile con la condivisione senza riserve dei valori primari che fondano la convivenza nell'ambito di uno Stato e quindi costituisca il fondamento non certo della contrapposizione frontale, e potenzialmente violenta, di opinioni inconciliabili perché sottratte alla regola della ragione, ma di un dialogo tra punti di vista diversi che si serva di un comune linguaggio per superare le differenze, anche se per riprodurle a un livello superiore. Allo stesso modo la presa d'atto della necessità di superare il multiculturalismo non legittima certamente una politica di oppressione, o addirittura di soppressione, della minoranze che non condividono i valori primari della maggioranza. In questo caso il rimedio sarebbe peggiore del male. Il problema è piuttosto quello di mettere in atto una politica, difficile e che spesso deve adattarsi alle caratteristiche del caso singolo, che scoraggi la ghettizzazione e promuova il contatto e il confronto tra concezioni profondamente diverse della famiglia e dello Stato avendo in vista l'obiettivo dell'integrazione, pur senza dimenticare la necessità di realizzarla progressivamente, impedendo che la violenza esploda nei rapporti sociali e cercando di limitarla al minimo nei rapporti tra potere e cittadini. Resta il fatto che su certi comportamenti il potere non può comunque transigere, per non mettere a rischio le basi stesse del consenso che lo sostiene. Si tratta di quei comportamenti che mettono in gioco l'uguaglianza e il rispetto reciproco tra cittadini, in particolare negli spazi pubblici, e così facendo costituiscono focolai di violenza. Tra questi va sicuramente annoverata l'esibizione in luoghi pubblici di simboli di appartenenza religiosa. Essi, esasperando le differenze che uniscono i membri di una comunità e ne escludono gli altri, diventano di fatto una provocazione, e costituiscono potenziali fonti di disordine, che lo Stato deve impedire.

 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:55

La fondazione della Federazione europea, se essa non sarà impedita dall'attuale insensibilità, inerzia e miopia dei leader politici, sarà un passo decisivo nel cammino della realizzazione delle virtualità insite nell'idea di cittadinanza. L'Europa nascerà, se nascerà, come paese di molte religioni e di molte lingue e questa sua caratteristica andrà accentuandosi nel corso del processo della sua estensione. Il prevedibile ingresso, nel corso degli anni, di paesi islamici come la Turchia e la Bosnia ne costituirà un momento importante. La sua creazione avrà il significato simbolico di negazione delle nazioni come comunità esclusive. Il suo carattere federale e la sua estensione costituiranno un argine invalicabile nei confronti della prevalenza di un'unica religione o di un'unica cultura. Nello stesso tempo, l'enorme importanza del suo ruolo nel mondo e la sua capacità di mobilitare il consenso dei suoi cittadini le consentirà di opporsi efficacemente alla disgregazione prodotta dal multiculturalismo. Essa segnerà una grande stagione nel processo di emancipazione del genere umano.

Il Federalista

 


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:57

- Lo Stato laico, costruzione storica di donne e uomini liberi di spirito e di mente, ha tre gruppi di nemici. Non sono nemici particolarmente agguerriti, dal punto di vista delle loro conoscenze e delle loro argomentazioni, ma sono aggressivi e pericolosi. Fanno leva sull’ignoranza, sulla superstizione e sulla manipolazione.


postato da Sergio Davanzo - martedý 10 novembre 2009 alle ore 23:59

Il primo gruppo di nemici è rappresentato non, come troppo spesso si scrive, dai “credenti” (anche i laici sono “credenti” e hanno valori), ma dai fondamentalisti, che sono qualcosa di più dei semplici bigotti. Come avremmo dovuto imparare da parecchi secoli, i fondamentalisti sono lo zoccolo duro di tutte le religioni monoteistiche: cattolica, ebraica, protestante, mussulmana, induista. La loro pretesa è chiara: le regole della vita civile debbono essere dettate dalla religione. Al di sopra della legge di qualsiasi Stato sta la legge divina la cui interpretazione, peraltro e per fortuna, talvolta mutevole, è affidata a quelli che definirò sbrigativamente “preti”. Sul punto, mi permetto di rinviare alla ottima ricerca curata da Gabriel Almond et al., Religioni forti. L’avanzata dei fondamentalismi sulla scena mondiale (Bologna, Il Mulino, 2006).


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:00

Il secondo gruppo di nemici è costituito dagli ideologi, ovvero da coloro che dispongono di una verità precostituita tutta loro, di una interpretazione del mondo esclusiva e riduttiva, facile da ingoiare e fare ingoiare in pillole, interpretazione che non vogliono sottoporre a nessuna verifica, non dico empirica, ma argomentativa. Quando vincono costoro, che pure vogliono distruggere qualsiasi culto religioso, ed è già successo, l’esito non è mai uno Stato laico, ma uno Stato oppressivo e, nel peggiore dei casi, uno Stato totalitario. Naturalmente, gli ideologi, per la rigidità delle loro posizioni, costituiscono sempre una spina nel fianco di qualsiasi Stato laico e portano acqua al mulino dei fondamentalisti. In un senso molto preciso sono specularmente opposti ai fondamentalisti e la loro tenaglia congiunta -in un’alleanza nient’affatto innaturale né infrequente-, rischia di schiacciare lo Stato laico.


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:00

Il terzo gruppo di nemici dello Stato laico sembrava il meno prevedibile, ma è il più minaccioso. Sono coloro che si autodefiniscono laici, ma manifestano costantemente e regolarmente grande considerazione e anche grande subordinazione alle esigenze, da loro abitualmente definite legittime, della religione (di solito di una sola specifica religione, quella predominante). Sono i non tanto ineffabili “teo-dem” e “teo-con”. Non hanno un pensiero particolarmente forte poiché si limitano ad adattare il pensiero di quella Chiesa, spesso sotto forma di imposizione, alle circostanze, ai problemi, alle tematiche oggetto di una qualche soluzione legislativa. Sono tecnicamente le quinte colonne dei fondamentalisti e, naturalmente, ne vengono, proprio come desiderano, abbondantemente ricompensati.


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:01

Il leit-motiv, il filo nero che tiene insieme i tre gruppi di nemici dello Stato laico è generalmente costituito da una restrittiva concezione della libertà di pensiero. Secondo tutti loro, in qualche modo e forma, esiste una verità, religiosa o ideologica, e a quella verità e a coloro che la conoscono meglio, vale a dire gli interpreti religiosi o gli ideologi ufficiali, bisogna sottomettersi. In subordine, i nemici dello Stato laico sostengono che dei laici non bisogna fidarsi mai e mai affidarsi a loro poiché non avrebbero valori, quei valori forti che sono il cemento delle società e che giustificherebbero il sempre più spesso richiamato ruolo pubblico della religione. Questo ruolo non viene definito, come dovrebbe e come potrebbe, semplicemente come il riconoscimento pieno delle opportunità di espressione sulla scena pubblica di coloro che credono e di coloro che hanno compiti all’interno di una struttura ecclesiastica. Spesso viene definito come una sorta di superiorità della religione e dei religiosi sui laici che non hanno valori e, qualora li abbiano, sono comunque valori deboli, vacillanti, fragili (e, forse, non da ultimo, anche sbagliati). Inoltre, l’affermazione del ruolo pubblico della religione viene, per lo più, accompagnata da un rifiuto del confronto in pubblico delle prese di posizione degli ecclesiastici, dei preti e dalla non-necessità dell’argomentazione (se non con il principio del richiamo a Dio anche se su molte tematiche appare difficile conoscere che cosa Dio direbbe…). Quanto ai valori dello Stato laico, è la storia, senza dubbio accidentata e tormentata, dello stesso pensiero laico, a definirli. Ruotano tutti intorno alla ragione, alla argomentazione, alla autodeterminazione. Dunque, è davvero laico quello Stato che sa proteggere e promuovere i diritti delle persone e che lo fa sulla base dell’argomentazione e della deliberazione fra i cittadini, mirando ad ampliare gli spazi di libertà personale purché, sembra che sia necessario aggiungerlo, l’espansione della sfera di libertà di ciascuno non circoscriva né tantomeno calpesti la libertà di nessun altro. I laici sanno perfettamente che soltanto le donne e gli uomini che hanno abbastanza pane riescono a vivere una vita dignitosa e sono nelle condizioni di preoccuparsi di coloro che non ne hanno a sufficienza. Essi, però, sanno anche che non si vive di solo pane, la vita non è fatta soltanto di materia, bensì anche di ideali e diritti. Ma, in definitiva, a ciascuno spetterà decidere autonomamente, in piena libertà che cosa fare della sua vita e della sua morte. Lo Stato laico tutela questa libertà, accettando conflitti e tensioni, consapevole di non avere una posizione esclusiva da difendere che non sia quella che i cittadini hanno espresso, argomentato e prescelto senza calpestare i diritti e la libertà degli altri. I nemici dello Stato laico sono nemici della libertà e della ragione. Dal canto suo, lo Stato laico non riconosce nessun nemico, ma soltanto portatori di preferenze diverse che, con la ragione e nella libertà, possono esprimersi, trasformarsi e migliorare.


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:02

Abiura di Galileo Galilei

 

Io Galileo, fig.lo del q. Vinc.o Galileo di Fiorenza, dell'età mia d'anni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Emin.mi e Rev.mi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l'eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti gl'occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l'aiuto di Dio crederò per l'avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la S.a Cattolica e Apostolica Chiesa.

Ma perché da questo S. Off.io, per aver io, dopo d'essermi stato con precetto dall'istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia il centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d'essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l'istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo e imobile e che la terra non sia centro e che si muova;

Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d'ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, e eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l'avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simile sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d'eresia lo denonzierò a questo S. Offizio, o vero all'Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.

Giuro anco e prometto d'adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Off.o imposte; e contravenendo ad alcuna delle dette mie promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da' sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m'aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani,

Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.

Io, Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

 


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:05

Sentenza relativa a Galileo Galilei
Roma, 22 giugno 1633.

 

Noi Gasparo del tit. di S.Croce in Gerusalemme Borgia; Fra Felice Centino del tit. di S. Anastasia, detto d'Ascoli; Guido del tit. di S. Maria del Popolo Bentivoglio; Fra Desiderio Scaglia del tit. di S. Carlo, detto di Cremona; Fra Ant.o Barberino, detto di S. Onofrio; Laudivio Zacchia del tit. di S.Pietro in Vincoli, detto di S. Sisto; Berlingero del tit. di S. Agostino Gesso; Fabricio del tit. di S.Lorenzo in Pane e Perna Verospio: chiamati Preti; Francesco del tit. di S.Lorenzo in Damaso Barberino; e Marzio di S.ta Maria Nova Ginetto: Diaconi; per la misericordia di Dio, della S.ta Romana Chiesa Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l'eretica pravità Inquisitori generali della S.Sede Apostolica specialmente deputati; Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m. Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell'età tua d'anni 70, fosti denunziato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch'il Sole sia centro del mondo e imobile, e che la Terra si muova anco di moto diurno; ch'avevi discepoli, a' quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l'istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l'istessa dottrina come vera; che all'obbiezioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d'una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, e in essa, seguendo la posizione del Copernico, si contengono varie proposizioni contro il vero senso e autorità della sacra Scrittura; [....]

 

Diciamo, pronunziamo sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S.o Off.o veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un'opinione dopo esser stata dichiarata e difinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conse-guentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre con-stituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate.

 

Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma da noi ti sarà data.

 

E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, e sii più cauto nell'avvenire e esempio all'altri che si astenghino da simili delitti. Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de' Dialoghi di Galileo Galilei.

 

Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t'imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze.

E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.

 

Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:

F. Cardinalis de Asculo.

G. Cardinalis Bentivolus.

Fr. D. Cardinalis de Cremona.

Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii

B. Cardinalis Gipsius.

F. Cardinalis Verospius.

M. Cardinalis Ginettus.

 


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:09

Sentenza relativa a Galileo Galilei
Roma, 22 giugno 1633.

 

Noi Gasparo del tit. di S.Croce in Gerusalemme Borgia; Fra Felice Centino del tit. di S. Anastasia, detto d'Ascoli; Guido del tit. di S. Maria del Popolo Bentivoglio; Fra Desiderio Scaglia del tit. di S. Carlo, detto di Cremona; Fra Ant.o Barberino, detto di S. Onofrio; Laudivio Zacchia del tit. di S.Pietro in Vincoli, detto di S. Sisto; Berlingero del tit. di S. Agostino Gesso; Fabricio del tit. di S.Lorenzo in Pane e Perna Verospio: chiamati Preti; Francesco del tit. di S.Lorenzo in Damaso Barberino; e Marzio di S.ta Maria Nova Ginetto: Diaconi; per la misericordia di Dio, della S.ta Romana Chiesa Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l'eretica pravità Inquisitori generali della S.Sede Apostolica specialmente deputati; Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m. Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell'età tua d'anni 70, fosti denunziato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch'il Sole sia centro del mondo e imobile, e che la Terra si muova anco di moto diurno; ch'avevi discepoli, a' quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l'istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l'istessa dottrina come vera; che all'obbiezioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d'una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, e in essa, seguendo la posizione del Copernico, si contengono varie proposizioni contro il vero senso e autorità della sacra Scrittura; [....]

 

Diciamo, pronunziamo sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S.o Off.o veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un'opinione dopo esser stata dichiarata e difinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conse-guentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre con-stituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate.

 

Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma da noi ti sarà data.

 

E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, e sii più cauto nell'avvenire e esempio all'altri che si astenghino da simili delitti. Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de' Dialoghi di Galileo Galilei.

 

Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t'imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze.

E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.

 

Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:

F. Cardinalis de Asculo.

G. Cardinalis Bentivolus.

Fr. D. Cardinalis de Cremona.

Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii

B. Cardinalis Gipsius.

F. Cardinalis Verospius.

M. Cardinalis Ginettus.

 


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:09

Sentenza relativa a Galileo Galilei
Roma, 22 giugno 1633.

 

Noi Gasparo del tit. di S.Croce in Gerusalemme Borgia; Fra Felice Centino del tit. di S. Anastasia, detto d'Ascoli; Guido del tit. di S. Maria del Popolo Bentivoglio; Fra Desiderio Scaglia del tit. di S. Carlo, detto di Cremona; Fra Ant.o Barberino, detto di S. Onofrio; Laudivio Zacchia del tit. di S.Pietro in Vincoli, detto di S. Sisto; Berlingero del tit. di S. Agostino Gesso; Fabricio del tit. di S.Lorenzo in Pane e Perna Verospio: chiamati Preti; Francesco del tit. di S.Lorenzo in Damaso Barberino; e Marzio di S.ta Maria Nova Ginetto: Diaconi; per la misericordia di Dio, della S.ta Romana Chiesa Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l'eretica pravità Inquisitori generali della S.Sede Apostolica specialmente deputati; Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m. Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell'età tua d'anni 70, fosti denunziato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch'il Sole sia centro del mondo e imobile, e che la Terra si muova anco di moto diurno; ch'avevi discepoli, a' quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l'istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l'istessa dottrina come vera; che all'obbiezioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d'una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, e in essa, seguendo la posizione del Copernico, si contengono varie proposizioni contro il vero senso e autorità della sacra Scrittura; [....]

 

Diciamo, pronunziamo sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S.o Off.o veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un'opinione dopo esser stata dichiarata e difinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conse-guentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre con-stituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate.

 

Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma da noi ti sarà data.

 

E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, e sii più cauto nell'avvenire e esempio all'altri che si astenghino da simili delitti. Ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de' Dialoghi di Galileo Galilei.

 

Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t'imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze.

E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.

 

Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:

F. Cardinalis de Asculo.

G. Cardinalis Bentivolus.

Fr. D. Cardinalis de Cremona.

Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii

B. Cardinalis Gipsius.

F. Cardinalis Verospius.

M. Cardinalis Ginettus.

 


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:10

Domenico Scandella detto Menocchio, diminutivo popolare di Domenico (Montereale Valcellina, 1532 – Pordenone, ca 1600) fu un mugnaio friulano, processato e giustiziato per eresia dall’Inquisizione. La sua vicenda è stata resa nota dallo storico Carlo Ginzburg nel saggio Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del '500, pubblicato nel 1976.

it.wikipedia.org/wiki/Menocchio


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:31

Domenico Scandella detto Menocchio.

 

-Si chiamava Domenico Scandella, detto Menocchio-.
Era nato nel 1532 (al tempo del primo processo dichiarò di avere cinquantadue anni) a Montereale, un piccolo paese di collina del Friuli, 25 chilometri a nord di Pordenone, proprio a ridosso delle montagne. Qui era sempre vissuto, tranne due anni di bando in seguito ad una rissa (1564-1565), trascorsi ad Arba, un villaggio poco lontano, e in una località imprecista della Carnia.
Era sposato e aveva sette figli; altri quattro erano morti. Al canonico Giambattista Maro, vicario generale dell'inquisitore di Aquileia e Concordia, dichiarò che la sua attività era "di monaco, maragòn, segar, far muro et altre cose". Ma prevalentemente faceva il mugnaio, portava anche l'abito tradizionale dei mugnai, una veste, un mantello e un berretto di lana bianca.
Così vestito di bianco si presentò al processo. (...)

Il 28 settembre 1583 Menocchio fu denunciato al Sant'Uffizio. L'accusa era di aver pronunciato parole "ereticali e empissime" su Cristo. Non si era trattato di una bestemmia occasionale: Menocchio aveva addirittura cercato di diffondere le sue opinioni, argomentandole ("praedicare, et dogmatizzare non erubescit").
Ciò aggravava la sua posizione.(...)
Quanto al contenuto eterodosso di questo tipo di predicazione, non era possibile avere dubbi- soprattutto allorché Menocchio espose una singolarissima cosmogonia di cui era giunta al Sant'Uffizio un'eco confusa:
-Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel diventorno vermi, et quelli furno gli angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli; et tra quel numero de angeli ve era anche Dio (...) fece poi Adamo et Eva, et populo in gran moltitudine per impir quelle sedie delli angeli scacciati. La qual moltitudine non facendo li commendamenti de Dio, mandò il suo figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crocifisso-. (...)

Due grandi eventi storici, resero possibile un caso come quello di Menocchio: l'invenzione della stampa e la Riforma.
La stampa gli diede la possibilità di porre a confronto i libri con la tradizione orale in cui era cresciuto, e le parole per sciogliere il groppo di idee e fantasie che avvertiva dentro di sé.
La Riforma gli diede l'audacia di comunicare ciò che sentiva al prete del villaggio, ai compaesani, sgli inquisitori anche se non potè, come avrebbe voluto, dirle in faccia al Papa, ai Cardinali, ai Principi. (...)

 

Carlo Ginzburg

 

 


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:33

Marco Paolini: la laicità è un senso etico, la religione è pret-à-porter
Marco Paolini, l’attore-autore del Vajont, dice la sua sulla laicità:

“La laicità è un senso etico, è una regola non scritta che ti tiene insieme, è un codice che viene prima del genuflettersi verso l’Oriente, o del farsi il segno della croce. Se tu avessi quello, non importa che ti genufletti verso Oriente o se ti fai il segno della croce, ma se tu hai solo il segno della croce o solo il genufletterti… è lì il problema. La laicità non è soltanto sapere che risposte dare ai casi di coscienza. E’ identità. E’ qualcosa che si è sedimentato nel tempo. E se ne parliamo è perchè non riusciamo a definirla. L’angelo, il diavolo ti tirano come vuoi. Chi è che non crede più agli angeli custodi? Tutti, è comodo credere agli angeli custodi. Sono i più fenomeni della religione, non molto diversi dalle veline.
E’ tutto pret-à-porter.”
 


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:37

Mi sento di dire che se la religione stesse nell'ambito delle sue competenze, gli effetti sarebbero neutri per la società e positivi per il singolo (io sto bene se pratico una religione che fa per me); quando invece la religione diventa qualcosa di sociale, gli effetti non sono semplicemente negativi, sono nefasti.

Basterebbe chiedere a tutte le migliaia di vittime mietute in nome di un dio.


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:49

Le religioni occidentali, nello specifico: Ebraismo, Cristianesimo ed Islamismo, sono state, per tradizione, di natura esclusivista. Ognuna di queste asserisce di essere l'unica fede in virtù dell'esclusività della sua legge religiosa, del suo salvatore, del suo profeta, del suo sentiero di salvezza o della sua interpretazione del significato ultimo della vita e della verità. Questo tratto esclusivista è, tutto sommato, assente nelle religioni quali l'Induismo, il Buddismo, il Confucianesimo, Scientology, lo Scintoismo e il Taoismo. In oriente, la stessa identica persona potrebbe essere iniziata alla vita come scintoista, sposarsi con doppi riti scinto e cristiano, e alla fine essere sepolto con rito buddista senza per forza dover "scegliere" quale religione sia quella "giusta".


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 00:53

Molto Bello ed esauriente....se vuoi...ti aiuto al lancio nello spazio.


postato da Liza - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 16:05

Concordo totalmente. Molto bella la realizzazione pittorica: Complimenti!


postato da Mia Roiter - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 16:08

"I primi capi delle chiese secolari sembra siano stati i prevosti, che erano incaricati, non solo con il regolamento interno, della supervisione dei membri del capitolo e del controllo dei servizi, ma erano anche i gestori dei terreni e dei possedimenti della chiesa. Quest'ultimo ruolo era quello su cui spesso spostavano la loro attenzione, a discapito dei doveri domestici ed ecclesiali, e subito sorsero lamentele che i prevosti erano troppo presi dagli affari terreni, e troppo spesso assenti dai doveri spirituali"

Oggi, mi pare, sono molto presi, dai "possedimenti politici"!


postato da Dok - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 16:17

Ma...Dok...!!! non sarai un po' .....anticlericale!?!


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 16:23

Perfetta!


postato da Kurt - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 18:05

Per una svista non l'avevo votata prima.

Per  quanto riguarda i commenti sono assolutamente d'accordo con quello che hai scritto,

complimenti per l'alto livello di quanto hai detto, è molto difficile di questi tempi sentire cose di questo tipo.

Diego


postato da Diego Totis - mercoledý 11 novembre 2009 alle ore 18:57

Nessuno è miglior prete di se stesso


postato da Diego Totis - giovedý 19 novembre 2009 alle ore 00:48

Nessuno è miglior Dio di se stesso


postato da Diego Totis - giovedý 19 novembre 2009 alle ore 00:48

interessante come sempre la tua ricerca cromatica, il gesto e le colate quasi celebrali che orchestrano il nostro divenire con moderna classicità e forza. bravo sergio.


postato da alfio catania - giovedý 19 novembre 2009 alle ore 20:17

His name is Sergio Davanzo. Strong in expressing his thoughts but tender in cuddling his dreams, he shows you unsuspected and unexpected aspects of his inner self. Sometimes he reveals them slowly, step by step; sometimes he shows them off abruptly, with a touch of challenging scoff. He paints. He paints because of an unsolved mixture of reasons. He paints because he needs to. Because he wants to. He paints to play. He paints because he has to paint.

Several of his works are the product of a deep need to communicate. The need to go beyond the limits of human words, beyond time and space, beyond conventional shapes with the aim of creating new and better ones, more intensely beautiful, giving thus voice to his inner and more complex thoughts.

Other works issue from Davanzo’s mere, instinctive wish to let himself go to the poetical evocation of images and feelings he has seen and lived. This inevitably pursues the connivance of his spectators, who can see and perceive his same sensations, deeply feel them and, by feeling, revive them. The result is an amazing range of ways and synaesthetical contaminations, both of colour and matter.

In Davanzo’s modus operandi often a single idea develops into a theme. It expands itself, defining autonomously its own leit motives. They are varied and widened, offered in their most flattering nuances. The original idea then swells to its utmost and, finally exhausted, it blows up. It is a definite resolution. Therefore Davanzo’s works, which follow a common vein until it is exhausted, can mainly be contextualized in groups. But, once he has finished with a vein of inspiration, sometimes the painter has already found in its ashes the beginning of several new ones. Sometimes he would rather wait before letting them catch his instinct and his paint-brush.

This is the process of painting for Sergio Davanzo. His subjects are various and different. He wants to tell as much as possible. The faces, the voices of past and present time, the places which have seen him growing both as a man and as an artist. His dog. His family. Those who have gone. Those who still have to come. A wrinkle on a forehead. The hissing of a lathe in a work shop. A minimal kaleidoscope of images, epiphanic moments which he fixes on his canvas. And which, if necessary, he moves, as he usually says “to the space”.

Certainly the imaginative titles he gives to his paintings are part of his seriocomic way of living and conceiving one’s necessities. They are delicious, often sharply ironic, and at first they astonish you, to let you eventually deal with a wake of reflection, whetting you as the back-taste of rum in a just baked cake, the recipe for which has been written and performed by Sergio Davanzo just for you.

Prof dott Maria Sole Politti
 


postato da Sergio Davanzo - lunedý 23 novembre 2009 alle ore 19:35

" Las lonas de Davanzo envían vibraciones. Ellos se imponen con el chillar del golpes de pincel, con las barricadas cromáticas de lo cual evitan filamentos eléctricos que tiemblan y ellos enrollan la creación de un dolor agudo y la red mutable de energía. En su instinto de trabajos y razón abdican la lucha eterna para dar la vida a un diálogo cerrado: el color se extiende en la espontaneidad del gesto, esto se defiende en los grupos de material, esto cultiva incede delgado(fino) y ligero(de luz) la fragmentación sí mismo según ritmos musicales. Es encadenado, hecho para fluir y otra vez llevado, cristalizado y goteó, aliviado e inclinó sobre los confinamientos del apoyo a buscar nuevas expresiones comunicativas. "

Prof Lorella Coloni
 


postato da Sergio Davanzo - lunedý 23 novembre 2009 alle ore 19:57

C’è una prometeica forza nelle opere di Sergio Davanzo che riconduce, con la certezza del segno e lo schiaffo del colore, ad un confronto con la realtà che non conosce compromessi o debolezze.
L’artista non abbassa lo sguardo e davanti all’esistenza egli si assume il diritto di dichiarare la verità. Lo fa attraverso un linguaggio visivo essenziale, sintetico, corrosivo, violento, titanico, provocatore. Usa la titolazione dei suoi quadri come dei tazebao: sono verdetti che illuminano, parole che possono essere incipit quanto sentenza lapidaria su un argomento che la tela sintetizza in linee di immediata intuizione, con un uso dirompente dell’elemento cromatico, con tinte che acquistano voce. Davanzo riesce a far riecheggiare nel movimento dei suoi quadri le vibranti intensità del paradosso creativo, in bilico tra ragione e gesto puro ed istintivo, folgorazioni che sono rivelazioni e universalità
 

Prof Fabio Favretto
 


postato da Sergio Davanzo - lunedý 23 novembre 2009 alle ore 23:56

Io non mi definisco “pittore” ma scrittore di emozioni in pittura.
Io credo che si possa definire pittura “il fissare con i colori la luce che la nostra anima getta sulle cose”.


Questo lo hai detto tu!... ma se ti definiresti "un pittore" ed osservando questa tua opera... dove saresti, allora?

 


postato da Mabo - martedý 24 novembre 2009 alle ore 01:07

Questo dipinto è bellissimo. Naturalmente condivido l'ideologia che sottende ad esso.


postato da 8 - mercoledý 25 novembre 2009 alle ore 12:13

bellissima opera, e che bei colori, accesi vivi e molto decisi.   complimenti

votato!!!!


postato da Ettore Maldera - lunedý 18 gennaio 2010 alle ore 18:23

Potentissima opera l'ho rivista esposta in un negozio del corso del popolo a Monfalcone recentemente: Bellissima!


postato da Cirociro - domenica 20 giugno 2010 alle ore 12:50

MI PIACE SI.


postato da Ilaria Pergolesi - sabato 10 luglio 2010 alle ore 13:57

Caro  Davanzo complimenti per il tuo lavoro, toglimi una curiosità, nasce prima l'uovo ?

 


postato da Marcello Picardi - mercoledý 26 gennaio 2011 alle ore 09:37

Marcello grazie per il commento...si se sei agnostico e/o ateo altrimenti la gallina...e una risposta datati sorridendo, naturalmente.


postato da Sergio Davanzo - mercoledý 26 gennaio 2011 alle ore 12:40

l'astrattismo è un sentimento che si ha  nell'anima, ma pochi  sanno esprimersi e dare emozioni come fai tu. complimenti da otidra e grazie per esserti posato sulle mie opere.


postato da Otidra - martedý 05 aprile 2011 alle ore 13:14

l'astrattismo è un sentimento che si ha  nell'anima, ma pochi  sanno esprimersi e dare emozioni come fai tu. complimenti da otidra e grazie per esserti posato sulle mie opere.


postato da Otidra - martedý 05 aprile 2011 alle ore 13:22

 è un'opera che trasuda passione: meraviglioso.


postato da Antonio PistarÓ - sabato 07 maggio 2011 alle ore 18:54

Mi piace moltissimo oltre che a condividere il racconto pittorico.


postato da Bi - giovedý 21 luglio 2011 alle ore 19:52

Complimenti bellissimo sia pittoricamente che concettualmente!!!


postato da Berta - domenica 31 luglio 2011 alle ore 20:11

BELLISSIMO !!!!


postato da Pam - lunedý 22 agosto 2011 alle ore 12:38

Un bellissimo gioco di colori...

Intensità e calore.

Complimenti!

Johnny TERR


postato da Johnny Terr - sabato 05 gennaio 2013 alle ore 00:15

 Grazie Johnny e tutti gli altri commenti precedenti!


postato da Sergio Davanzo - domenica 06 gennaio 2013 alle ore 17:07

Un bel gioco di colori con sovrapposizione intensa.

Una soluzione indovinata e creativa.

Complimenti per la fantasia.

Johnny TERR


postato da Johnny Terr - domenica 27 gennaio 2013 alle ore 00:03

Aggiungo che sembra una lava che scende lentamente dal vulcano....

Saluti.

J. T.


postato da Johnny Terr - martedý 09 aprile 2013 alle ore 23:12

Aggiungo che sembra una lava che scende lentamente dal vulcano....

Saluti.

J. T.


postato da Johnny Terr - martedý 09 aprile 2013 alle ore 23:12

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